Nel paese in cui la libertà d'informazione è dipendente del potere politico ed economico, cerchiamo di tenere attivi i nostri neuroni al pensiero, alla critica, alla distribuzione della libera informazione.

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7.1.12

International Tibet Network





6 January 2011

Dear Friends,

Happy New Year! I am writing to thank you for your response to our recent appeals to support our work. We are amazed at the great response, raising over $4,000 in just a matter of days. Your generosity is greatly appreciated, and will enable us to do even more for Tibet.

Sadly today we received a sharp reminder of why we still have much to do to raise the issue of Tibet as high as we can. A few hours ago, reports emerged that at least one and possibly two Tibetans self-immolated in eastern Tibet today.

With this news, I pledge wholeheartedly that, with your support, the Network's small but dedicated team will spare no effort to ensure that the international community takes action to help bring an end to this cycle of tragedy.

If you haven't already donated and wish to do so please visit our website on http://www.tibetnetwork.org/donate

With Best wishes for 2012.

Alison Reynolds,
Executive Director, International Tibet Network Secretariat


International Tibet Network is a global coalition of 180 Tibet groups dedicated to campaigning non-violently to restore the rights Tibetans lost when China occupied Tibet sixty years ago. 

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12.12.11

Dall'economia capitalista a quella della felicità


economia felicita

L'Economia della Felicità è un film di Steve Gorelick e dell'economista/regista Helena Norberg-Hodge.
Quando l'economia si è trasformata da regolatrice del benessere comune a tiranno e causa riconosciuta di una infelicità globale? A dare una risposta a queste domande prova il film "L'Economia della Felicità" di Steve Gorelick e dell'economista/regista Helena Norberg-Hodge che nel corso di oltre trent'anni di viaggi in Ladakh ha visto cambiare radicalmente società ed economia di questo 'piccolo Tibet'.
di Andrea Boretti - 8 Dicembre 2011

Se le parole hanno un senso e un valore, quelle che si leggono sulle pagine dei giornali in questi giorni o che si ascoltano in TV negli ultimi mesi vanno analizzate e ponderate.
I termini più usati sono spread, borse, mercati, lacrime e sangue, sacrifici, di tanto in tanto si sente parlare di default. Tutti termini 'economici', tutti termini che fotografano in qualche modo una situazione attuale italiana tutt'altro che rosea.
La domanda è: come ci siamo arrivati? La percezione generale è che un po' alla volta il piano sul quale ci troviamo si è inclinato sempre di più e noi, Italia, abbiamo cominciato a rotolare. Davanti a noi rotola veloce la Grecia - non importa quale manovra o manovrina il nuovo governo del vice-presidente BCE Papademos metta in campo - e dietro di noi c'è tutta l'Europa, Francia in testa. Ma pure l'America - che per ora si salva stampando e stampando banconote dal nulla - e l'Asia, i cui tassi di crescita sono ogni anno più bassi, come era inevitabile.
Com'è che il sistema capitalista liberista che si è imposto a livello globale e che prometteva democraticamente il benessere per tutti viene oggi accompagnato da termini come quelli che abbiamo sopra elencato? Quand'è che l'economia si è trasformata da regolatrice del benessere comune a tiranno e causa riconosciuta del malessere e di una infelicità globale?

17.9.11

RAPPORTO USA SULLA LIBERTÀ RELIGIOSA: STRETTISSIMO IL CONTROLLO ESERCITATO SUI MONACI IN TIBET

 

Dharamsala, 15 settembre 2011. Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il 13 settembre il Rapporto Annuale sulla Libertà Religiosa nel mondo. Per quanto attiene alla situazione all’interno del Tibet, il documento, che analizza il periodo di tempo compreso tra il luglio e il dicembre 2010, afferma che “Il controllo sulla pratica della religione e la conduzione giornaliera dei monasteri e delle altre istituzioni religiose continua ad essere straordinariamente elevato” tanto che – aggiunge – “a causa delle durissime condizioni di vita e delle restrizioni religiose alcuni monaci si sono suicidati”.

“Nel corso del periodo preso in esame” – recita tra l’altro il rapporto USA – “i tibetani sono stati oggetto di continue discriminazioni, quali, ad esempio, il divieto di soggiornare negli alberghi di alcune grandi città, quali Pechino, Shanghai e Chendu”.

27.5.11

INTERNATIONAL TIBET NETWORK: Continued crisis in Kirti - Please join a Global Week of Action


Dear Friends,
Further to my message last month, the monks of Kirti Monastery and the Tibetans of Ngaba in eastern Tibet continue to suffer in the midst of a severe crackdown, following the death of a young monk named Phuntsok from self-immolation. In recent weeks more than 300 monks have been forcibly removed from the monastery and at least three Tibetans have died.
I am taking the liberty of sending you an updated joint statement from the worldwide membership of the International Tibet Network (almost 200 organizations), and to request your help in ensuring that the serious situation in Ngaba is as widely known about as possible.
What you can do to help us:
Send the statement below to anyone you think should know about it. It can be viewed online at http://www.tibetnetwork.org/campaigns-ngabastatement . Please link to it from your social networking sites.
Take part in a Global Week of Action for Ngaba. Visit a special page on our website, http://www.tibetnetwork.org/globalweekofactionforngaba  for details, and participate in as many actions as you can.

25.11.10

APPELLO PER LA LIBERAZIONE DEL PANCHEN LAMA

Lo scorso 25 aprile 2010 il Panchen Lama ha compiuto 21 anni. Appello per la sua liberazione.  

Attiviamoci con rinnovato impegno chiedendo sue notizie e la sua liberazione.
Gedhun Choekyi Nyima, 11° Panchen Lama del Tibet, fu rapito dalle autorità cinesi, assieme ai suoi genitori, il 14 maggio 1995, all’età di appena sei anni. Nel 1996 il governo cinese ha ammesso di detenerlo in “custodia preventiva” e a nulla sono valse le innumerevoli richieste di notizie sulle sue condizioni di salute e sul luogo della sua detenzione avanzate, nel corso degli anni, da numerosi governi, organizzazioni a salvaguardia dei diritti umani e dalle Nazioni Unite.
Il Panchen Lama, è uno dei più importanti leader religiosi tibetani. Al suo posto, le autorità della Repubblica Popolare Cinese hanno designato un altro ragazzo, Gyaltsen Norbu, che cresce e studia a Pechino sotto lo sguardo vigile degli organi del Partito. Spesso appare in manifestazioni pubbliche a fianco dei leader cinesi.

24.11.10

SUA SANTITA' IL DALAI LAMA VERSO IL PROBABILE RITIRO ENTRO 6 MESI

NEW DELHI - Il Dalai Lama progetta di ritirarsi "fra alcuni mesi" a vita privata con la speranza di poter ritornare un giorno in patria. Lo ha rivelato lui stesso a New Delhi. Intervistato in un programma della tv indiana CNN-IBN, il Dalai Lama, che ha 76 anni, ha detto che una decisione definitiva sarà presa solo dopo consultazioni con i dirigenti politici del movimento e con il Parlamento in esilio. Al giornalista che gli ha chiesto di commentare le congetture su un suo possibile ritiro, il Dalai Lama ha risposto senza esitare: "Credo, sì credo, che mi ritirerò entro sei mesi". Dopo aver indicato di aver già "brevemente accennato ai dirigenti politici le mie intenzioni", ha aggiunto che in questo non c'é nulla di drammatico perché fin dal 2001 il movimento tibetano in esilio ha messo in funzione un meccanismo in base a cui le decisioni più importanti vengono assunte dalla leadership politica. "Anche per questo - ha concluso - la mia posizione è già di 'quasi pensionato', e quindi affinché questa forma di democrazia introdotta funzioni nel miglior modo possibile, ho pensato che mi sentirei meglio se io non fossi più coinvolto in alcun modo in queste attività".

ESTERI: ONLINE "THE TIBET POST"




 
E' online: The Tibet Post Il primo giornale telematico redatto dai tibetani in esilio e letto in tutto il mondo.

DISPONIBILE QUI


http://tibetnetwork.org/

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22.11.10

LIBRI: LAOGAI - L'ORRORE CINESE

La preziosa testimonianza di un autore impegnato a diffondere la verità sui laogai, i campi di lavoro forzato.

Harry Wu
Laogai. L'orrore cinese
Anno: 2008
Pagine: 227
Prezzo: € 25,00
Dimensioni: cm 14,0x21,5
Legatura: cartonato con sovraccopertina
 

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TIBET: MANDIAMOLI A CASA ! PARTECIPA ANCHE TU

Campagna di sensibilizzazione promossa dall'Associazione Italia-Tibet
La campagna anche sul settimanale INTERNAZIONALE a partire dal numero in edicola il 3 settembre.
(Altre uscite: 18 settembre - 2 ottobre - 16 ottobre - 30 ottobre - 13 novembre - 27 novembre - 11 dicembre - 25 dicembre.)

I tibetani in esilio (oggi circa 170.000) stanno faticosamente mantenendo in vita gli elementi essenziali della loro cultura e delle loro tradizioni religiose, artistiche, artigianali, mediche. Si può veramente affermare che grazie ai rifugiati tibetani l'antica e nobile cultura del Paese delle Nevi è stata salvata.
In Italia L'Associazione Italia Tibet dal 1988 è il riferimento più importante per tutto quello che riguarda il lavoro di divulgazione e di sostegno al Tibet.

Karan Thapar of CNN-IBN interviews His Holiness the Dalai Lama - engl/it


english/italian
His Holiness the Dalai Lama was interviewed this morning by journalist Karan Thapar on his popular Devil’s Advocate programme on CNN-IBN news channel. The interview will be aired at 8 pm (IST) on 21 November.
Asked about the official attempts to marginalise Tibetan language in favour of Chinese in Tibetan area of Qinghai province, His Holiness said around 1986, the previous 10th Panchen Lama, the late Ngabo Ngawang Jigme and other officials of the Tibet Autonomous Region after some meetings decided to make Tibetan the official language in Tibet. This decision led to some very encouraging developments in reviving some classical Tibetan texts but that ended after Chen Kuiyuan, a well-known hardliner became the party chief of TAR. Chen called Tibetan Buddhism a threat. Some Tibetans who worked for the Tibet University in Lhasa recently met Holiness and told him how after Chen’s arrival, translations were done mainly from Chinese texts and not Tibetan. His Holiness said some Tibetans he met told him some kind of “semi-cultural revolution” is taking place in Tibet and Tibetan language might well get wiped out soon.

13.11.10

DALAI LAMA: TOLLERANZA

NELLA PRATICA DELLA TOLLERANZA
IL TUO PEGGIOR NEMICO 
E' IL TUO MIGLIOR MAESTRO


DALAI LAMA


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12.11.10

6th INTERNATIONAL CONFERENCE OF TIBET SUPPORT GROUP - DALAI LAMA IN VIDEO





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IL DALAI LAMA ALLA 6° CONFERENZA INTERNAZIONALE DEI GRUPPI DI SOSTEGNO AL TIBET

Surajkund (India), 8 novembre 2010. Convocata dal Gruppo di Coordinamento indiano per la causa tibetana, dal 5 al 7 novembre 2010 si è tenuta a Surajkund, nei pressi di New Delhi, la sesta Conferenza Internazionale dei Gruppi di Sostegno al Tibet. Tema della conferenza – secondo quanto affermato in apertura dei lavori dal Dr. N.K. Trika, presidente del Gruppo di Coordinamento indiano - la discussione sull’attuale situazione esistente in Tibet e l’individuazione delle azioni attraverso le quali i Support Groups di tutto il mondo possono rendere più incisivo il loro lavoro alla luce dei cambiamenti avvenuti in Cina e Tibet.
Allegato_di_posta_elettronica-4Il primo incontro ebbe luogo a Dharamsala, nell’ormai lontano 1990, seguito da quelli di Bonn (1996), Berlino (2000), Praga (2003) e Bruxelles (2007). Alla sesta conferenza, aperta il 5 novembre alla presenza del Dalai Lama, di Lal Krishna Advani – ex Primo Ministro indiano – e del Primo Ministro del Governo Tibetano in esilio Samdhong Rinpoche, hanno partecipato oltre 250 delegati provenienti da 57 paesi. L’Associazione Italia-Tibet era rappresentata dal Dottor Stefano Dallari, per anni membro del direttivo dell’Associazione. Alla cerimonia di inizio dei lavori (nella prima foto il Dalai Lama e Advani accendono la lampada inaugurale), hanno partecipato anche la senatrice filippina Miriam Defensor Santiago, Rafael Gimalov, membro del parlamento russo e Vijay Singh Mankotia, ex Ministro dello stato indiano dell’ Himachal Pradesh.

11.3.10

MARZO 1959-2010: 51° ANNIVERSARIO DELL'ESILIO TIBETANO IN INDIA


Marzo è un mese particolare per i tibetani: il 10 è l’anniversario della rivolta di Lhasa contro l’occupazione cinese del 1959 che costò la vita a 87.000 persone e che obbligò il Dalai Lama a fuggire in India. Il 28 marzo 1959, giorno in cui le autorità cinesi dichiararono illegale il governo tibetano in esilio, per volontà del governo della Repubblica popolare dal 2009 è diventata la festa della “liberazione dalla schiavitù”, intendendo in questo modo l’occupazione armata del Tibet da parte di Pechino un’azione condivisa dalla popolazione locale e definendo inoltre la figura del Dalai Lama e le legittime istituzioni tibetane schiaviste.
Ho viaggiato da settembre 2008 a giugno 2009 in India e Nepal realizzando una ricerca e un reportage fotografico sull’esilio tibetano a 50 anni dal suo inizio.
Il 28 marzo ero ad Hong Kong per realizzare un’intervista ad un membro del Fulun Gong scappato dalla Cina continentale, così ho avuto modo di seguire su vari canali televisivi la diretta delle cerimonie della festa della “liberazione dalla schiavitù”. In una Lhasa tirata a lucido c’erano migliaia di tibetani in abito tradizione inginocchiati davanti ad un palco situato nella piazza principale della città sul quale vari membri del governo di Pechino elencavano le nefandezze commesse dal governo del Dalai Lama, sottolineando invece i miglioramenti apportati dall’attuale amministrazione occupante in Tibet. Per rendere il tutto più credibile, le autorità cinesi alternavano le riprese degli elegantissimi rappresentanti del governo di Pechino presenti sul palco ad interviste fatte ai tibetani presenti alla cerimonia in cui le persone ripetevano meccanicamente i loro ringraziamenti alle autorità cinesi per averli liberati dalla schiavitù del Dalai Lama.
Da quanto è emerso da una lunga serie di interviste da me realizzate nelle principali comunità tibetane situate nel nord dell’India e in Nepal e esaminando quanto emerge dall’attuale ricerca storiografica, in realtà le cose stanno diversamente.
Se inizialmente l’occupazione del Tibet aveva semplicemente delle finalità geo-strategiche di natura militare, con l’ascesa della Cina ad officina del mondo (oggi la Cina controlla il 53% della produzione di manufatti a livello mondiale) le cose sono cambiate.
La Cina attualmente ha un assetto produttivo e dei ritmi di crescita economica che la rendono dipendente dall’approvvigionamento di materie prime sul mercato mondiale, cosa che comporta ad esempio il fatto che il governo di Pechino sia sempre più presente in numerosi stati africani con finalità dichiaratamente imperialiste.
La scoperta di uno dei più grandi giacimenti di metano al mondo custodito sotto i ghiacci dell’altopiano tibetano ha cambiato sensibilmente la strategia politica seguita dalle autorità cinesi in Tibet a partire dal 1959.
Il governo di Pechino ha messo in campo un piano di trasferimento della popolazione (in particolare di membri della principale etnia presente in Cina, cioè gli han) stimolato da lauti incentivi economici e facilitato dall’inaugurazione, nel luglio del 2006, della linea ferroviaria che collega Pechino con Lhasa. Di conseguenza oggi gli han sono l’etnia maggioritaria in Tibet.
L’unico punto su cui la strategia governativa è rimasta immutata è la repressione della cultura tibetana, cosa che spinge migliaia di tibetani ad attraversare l’Himalaya a piedi per fuggire a questa situazione.
L’attraversamento dura all’incirca un mese ed avviene molto spesso senza un abbigliamento e viveri adeguati.
In seguito agli accordi stipulati tra il governo cinese e quello nepalese dopo l’ascesa al potere in Nepal del partito maoista (aprile 2006), i tibetani molto spesso devono fuggire sia dalle truppe dell’esercito cinese che da quelle nepalesi, entrambe prive di remore nel sparare addosso alle colonne di tibetani diretti al confine. Molti tibetani ovviamente muoiono di stenti e di freddo durante l’attraversamento dell’Himalaya, ma anche a causa dei proiettili sparati sia dall’esercito cinese che da quello nepalese.
Una volta attraversato il confine nepalese i tibetani trovano a Katmandu’ un centro d’accoglienza gestito dall’Onu, dove hanno la possibilità di ottenere lo status di rifugiati e di salire su un autobus diretto a Daramsala, città situata nel nord dell’India e attuale residenza del governo tibetano in esilio.
A Katmandu sono andata a fare una visita a questo centro d’accoglienza meta dei tibetani che varcano l’Himalaya alla ricerca della libertà.
Un rifugiato fornito di un ottimo inglese mi ha raccontato che sono sempre di più i tibetani che muoiono durante l’attraversamento del confine per mano dell’esercito nepalese. Ha aggiunto anche che la presa di posizione politica del Dalai Lama in merito all’autonomia e non all’indipendenza del Tibet dal governo di Pechino non è condivisa dalla maggior parte della popolazione, cosa che però non mette in discussione l’autorità del capo spirituale e politico dei tibetani.
Ho pranzato con un tibetano che lavora per Human Rights Watch. Il suo compito è raccogliere le storie dei tibetani appena arrivati in Nepal e compilare dei rapporti per la ONG per cui lavora. Da quanto mi ha raccontato, la libertà religiosa concessa in Tibet di cui il governo di Pechino si vanta è una farsa.
Quando arrivano a Daramsala i tibetani finiscono in un centro per i rifugiati gestito dal governo in esilio e situato nel centro della città. E’ da qui che nasce per loro una nuova vita, in un paese che parla una lingua per loro incomprensibile e che offre poche opportunità di lavoro e quindi d’inserimento sociale.
Una delle conseguenze delle spaesamento connesso a questo esilio forzato in un altro paese è la crescita tra i tibetani del consumo di alcol e droga. Per questa ragione il governo tibetano ha aperto un centro per il recupero dei tossicodipendenti. Durante un’intervista il direttore di questo centro di recupero ha sottolineato che l’aumento del consumo di alcol e droghe tra i tibetani è dovuto alla disoccupazione, alle difficoltà d’inserimento in un paese che parla una lingua diversa e di difficile apprendimento come l’hindi, ma anche molto spesso all’ignoranza sugli effetti delle sostanze con cui i giovani si accostano a questo tipo di consumi.
A rendere maggiormente difficoltoso l’inserimento dei tibetani in India contribuisce anche lo status giuridico di rifugiati, cosa che rende assai difficile per un tibetano lasciare l’India ma anche costruirsi una vita nel paese stesso al di fuori delle comunità tibetane.
Anche le forti tensioni presenti tra la comunità indiana e quella tibetana, in contrasto con l’armonia che regna sul piano diplomatico tra il governo di Delhi e quello in esilio, rendono complicato l’inserimento dei rifugiati nel nuovo contesto.
Da un’intervista fatta ad un medico tibetano residente a Daramsala da oltre trenta anni sono emersi vari episodi di violenza tra le due comunità, come ad esempio l’inaugurazione avvenuta a metà degli anni ‘80 del Centro di medicina e astrologia tibetano di Daramsala. L’edificio venne circondato da un gruppo di indiani e danneggiato. I tibetani non poterono chiamare la polizia perchè per tre giorni le linee telefoniche vennero interrotte.
Daramsala è anche sede di numerosi e molto attivi movimenti politici, dove i rifugiati appena arrivati in India possono trovare invece spazi in cui è per loro possibile partecipare alla vita della comunità. Il Gu-Chu-Sun (associazione composta da ex prigionieri politici), il Tibetan Women’s Association e il Tibetan Youth Congress sono tutte organizzazioni fortemente orientate all’indipendenza del Tibet e non all’autonomia, ancora una volta in contrasto con quanto sostiene il Dalai Lama. Le attività principali di questi movimenti politici sono l’organizzazione di manifestazioni di protesta e la produzione di materiale informativo sulla questione tibetana.
La biografia di Gompo, un ragazzo di 25 anni arrivato a Daramsala cinque anni fa dal Tibet, sintetizza molto bene la realtà materiale in cui i rifugiati sono costretti dalle circostanze a muoversi, ma anche l’approccio culturale con cui queste persone si rapportano alla loro terra d’origine e al nuovo contesto in cui sono obbligati ad inserirsi.
Appena è arrivato a Daramsala Gompo ha iniziato a studiare l’inglese, mentre non si è mai premurato di apprendere l’hindi. Per cinque anni è stato mantenuto da un fratello che è riuscito ad emigrare in Europa, ma da qualche mese ha trovato lavoro in un bar a Daramsala raggiungendo così l’autonomia economica. Partecipa attivamente alla maggior parte delle iniziative politiche che si svolgono di frequente in città. Prova molto dolore per il fatto che non potrà tornare in Tibet probabilmente fino al resto dei suoi giorni, visto che la cosa comporterebbe l’arresto e otto anni di reclusione da scontare nelle carceri cinesi. Ci tiene molto a sottolineare però che il nemico dei tibetani è il governo di Pechino e non la popolazione, visto che anche i cinesi sono schiacciati dalla dittatura e che comunque sono brave persone. Questo concetto tante volte ripetuto da Gompo durante l’intervista penso che sia la sintesi di uno dei capisaldi della cultura tibetana da cui la cultura occidentale ha qualcosa da imparare: il pacifismo agito e non solo teorizzato.

18.2.10

USA: DALAI LAMA, OBAMA HA MOSTRATO ''SOSTEGNO'' PER CAUSA TIBET

 (ASCA-AFP) - Washington, 18 feb - Il presidente Usa Barack Obama ha mostrato il suo ''sostegno'' alla causa dei diritti civili in Tibet nel corso dell'incontro avuto oggi alla Casa Bianca con il Dalai Lama. Lo ha riferito lo stesso leader spirituale tibetano, parlando con i giornalisti al termine del meeting, durato circa 45 minuti. Obama avrebbe detto al Dalai Lama che la sua causa e' ''giusta'' e ''pacifica'', aggiungendo di essere ''molto felice'' di aver potuto presenziare all'incontro. ''Il presidente ha dimostrato il suo sostegno'', ha aggiunto il leader tibetano.
red-uda/mcc/bra  

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Luciana P. Pellegreffi

6.1.10

TIBET: GENOCIDIO DI UN POPOLO SUL TETTO DEL MONDO


Un libro di Fabio Zanello dedicato all’olocausto tibetano di Fabrizio Legger
Il Tibet continua a fare discutere, soprattutto in Occidente. La lenta distruzione del popolo Tibetano, iniziata con l’invasione cinese del 1950, e le politiche di “cinesizzazione” poste in atto da Mao e dai comunisti, hanno ridotto il Tibet ad una vera e propria colonia di Pechino.
Per farsi un’idea di cosa è stata la tragedia del Tibet, la casa editrice Coniglio Editore ha pubblicato questo libro di Fabio Zanello, intitolato “Tibet Olocausto” (pagine 172, Euro 13,50) che, attraverso la proposizione di documenti ufficiali, ci rivela che cosa è stato il genocidio tibetano.

Il libro si divide in due parti: la prima comprende scritti di Mao in cui si esaltano il materialismo e la lotta contro la metafisica, la distruzione delle religioni che illudono e corrompono i popoli, la necessità di diffondere la cultura comunista in tutte quelle realtà (come quella tibetana, appunto) ancora ancorate a valori religiosi, a miti e a forme politiche di tipo teocratico. Si tratta di descrizioni agghiaccianti, che ben mettono in evidenza la spaventosa carica di violenza distruttiva e di fanatismo iconoclastico che si abbatté sul Tibet dei Dalai Lama. Una violenza terrificante che produsse decine di migliaia di morti, la distruzione di biblioteche e monasteri, l’annientamento di una cultura millenaria. Nonostante la prima disperata resistenza dei patrioti tibetani, il Paese fu interamente sottomesso dall’Armata Popolare cinese, e a cadere vittime delle stragi e delle repressioni non furono solo i ribelli che avevano imbracciato le armi, ma anche i bonzi, gli sherpa e i semplici montanari tibetani che non accettavano di dover sottostare ad una nuova e terrificante dominazione cinese, questa volta contrassegnata da una ideologia atea, totalitaria e spaventosamente repressiva.

La seconda parte del volume contiene dichiarazioni del Dalai Lama e pagine di denuncia rovente nei confronti delle politiche cinesi in Tibet, politiche che stanno minando alla base la cultura e l’identità del popolo Tibetano. Sono pagine toccanti, documenti che raccontano come le Guardie Rosse di Mao plagiavano i giovani tibetani, inducendoli a ribellarsi contro i loro genitori, contro i lama, i monaci e la religione buddista. Gli scritti sono accorati e testimoniano il grande amore del Dalai Lama per la sua terra e per le tradizioni millenarie di cui i Lama sono i sacri custodi. Questi scritti sono anche un disperato appello al mondo, affinché non dimentichi al tragedia del Tibet e si faccia carico, in sede Onu, di chiedere alla Cina di rispettare ciò che resta della cultura e della religione tibetana.
La cronaca di un conflitto devastante, che ha avuto il suo apice tra il 1950 e il 1976, ma che prosegue ancora oggi. Un libro di attualità, che illumina i lettori su una delle grandi tragedie del nostro tempo. Da leggere assolutamente.

Fabio Zanello  -  Tibet Olocausto. Le Guardie Rosse contro Dio -  Pagine 172, Euro 13,50 -  Coniglio Editore (Roma)

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Luciana P. Pellegreffi

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18.7.09

IL DALAI LAMA al PARLAMENTO EUROPEO



VALORI, PACE INTERIORE E ARMONIA DELLE RELIGIONI



Non lasciatevi condizionare datta data di questo discorso, dicembre 2008, i valori che contiene non hanno scadenza e ci aiutano a ricordare che un altro mondo è possibile.
Buona lettura.
Luciana P. Pellegreffi

Rivolgendosi all'Aula in seduta solenne, il
Dalai Lama ha insistito sul diritto delle persone a essere felici e sulla necessità di promuovere i valori umani e la pace interiore, più che il benessere materiale. Si è poi detto impegnato nella promozione dell'armonia tra le religioni, poiché tutte portano un messaggio d'amore. Dopo aver sottolineato il ruolo delle donne, più sensibili alle esigenze degli altri, ha precisato che il Tibet non chiede l'indipendenza bensì l'autonomia dalla Cina.

Hans-Gert PÖTTERING ha espresso grande onore e gioia nell'accogliere il Dalai Lama al Parlamento europeo e si è detto ansioso di sentire le sue parole sull'importanza del dialogo interculturale. Nel ricordare che, nel corso dell'anno, il Parlamento ha già accolto rappresentanti delle religioni cristiana, musulmana ed ebraica, ha voluto ricordare le vittime degli attentati di Mumbai e, in tale contesto, ha sottolineato il ruolo importante che possono svolgere i leader religiosi che predicano la pace e la riconciliazione tra i popoli.

Il Presidente ha poi rilevato come il Parlamento europeo si sia sempre adoperato per difendere i diritti umani del popolo tibetano. Ricordando le visite del Dalai Lama del 1988, del 2001 e del 2006, ha sottolineato che il Parlamento ha adottato
numerose risoluzioni che invitano la Cina a dialogare e a riconoscere l'identità e i diritti dei tibetani. Nel ribadire che il Parlamento europeo riconosce l'integrità territoriale della Cina, incluso il Tibet, ha però affermato che «non smetteremo mai di difendere l'identità culturale e religiosa del Tibet».

Quanto successo nel mese di marzo 2008, ha proseguito, «mostra l'urgenza del dialogo» al fine di trovare una soluzione accettabile da tutti e che rispetti l'identità del Tibet. Si è quindi detto preoccupato dello stallo dei negoziati iniziati nel 2002 ed ha auspicato che sia presto trovata una soluzione. Sottolineando come la Cina rappresenti un importante partner dell'UE, ha però rilevato che «nel nostro dialogo con la Cina abbiamo la responsabilità di essere aperti e onesti nell'esprimere il nostro impegno a favore dei valori condivisi della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani e della libertà di espressione». Rivolgendosi al Dalai Lama, ha quindi concluso affermando che il suo approccio non violento rappresenta «uno straordinario esempio di una campagna pacifica a favore di una causa assolutamente meritevole».

Il DALAI LAMA ha spiegato di aver distribuito una dichiarazione scritta in inglese e che, vista le sue difficoltà a pronunciare alcune parole, l'avrebbe riassunta a voce: «sono solo uno dei sei miliardi di esseri umani della terra».

Ha poi affermato che «ognuno vuole condurre una vita felice e appagante» e che tutti - a prescindere dal colore, dalla professione o dall'estrazione sociale - hanno il diritto di essere felici. Ha però rilevato che, di questi tempi, viene attribuita troppa importanza alle cose materiali, «trascurando i valori», per tale ragione vi sono «persone anche molto ricche che sono infelici». A suo parere, uno dei fattori più importanti per la felicità è «la pace interiore», anche perché vi sono «troppi sospetti, troppa ambizione e troppa avidità». Nel chiedere di non trascurare i valori interiori, ha spiegato che questi non sono necessariamente quelli previsti dall'insegnamento religioso, poiché «siamo già dotati di bontà di cuore». Ha quindi rivolto un invito a «un'etica laica che sia alla base di una vita felice». Per il Dalai Lama, il benessere fisico e la pace mentale «sono essenziali». E in proposito ha raccontato che dopo il suo intervento alla cistifellea e le complicazioni vissute, si è ripreso molto in fretta. Ha quindi spiegato che non è stato un miracolo e che non è dotato di poteri curativi - «altrimenti non avrei avuto bisogno del chirurgo!» - ma è stata la pace dello spirito che è stata alla base della sua pronta guarigione.

Il suo impegno, ha aggiunto, oltre che alla promozione dei valori umani, è rivolto alla promozione dell'armonia religiosa. In proposito, ha sottolineato che, nonostante le loro differenze filosofiche, «tutte le principali religioni portano lo stesso messaggio d'amore, compassione, tolleranza e autodisciplina». Sono anche molto simili nel loro potenziale di «aiutare gli esseri umani ad avere vite più felici». In questa epoca di conflitti religiosi, ha aggiunto, occorre compiere sforzi particolari per promuovere l'armonia tra le diverse fedi.

Il Dalai Lama, notando che il Parlamento europeo conta molte deputate («alcune anche particolarmente belle!»), ha poi voluto sottolineare il ruolo importante svolto dalle donne nella società. Poiché «nel nostro secolo abbiamo bisogno di promuovere i valori umani, l'amore e l'apertura di cuore» e le donne «hanno più sensibilità degli uomini alle esigenze degli altri».

In merito alla questione tibetana, il Dalai Lama ha voluto precisare di non richiedere la secessione e l'indipendenza, ma l'autonomia, un diritto riconosciuto alle minoranze dalla costituzione cinese. I tibetani, ha aggiunto, cercano di contribuire a una «società armoniosa, stabile e unita». Ma, si è chiesto, come è possibile farlo «sotto un regime di paura», visto che occorre «fiducia, moderazione e reciproco rispetto». La non violenza tibetana, ha poi spiegato, è stata anche di esempio per altri popoli che in passato erano favorevoli alla violenza. L'Europa e i nostri sostenitori, ha poi puntualizzato, «non sono contro la Cina» ma - citando un proverbio tibetano - ha detto: «se sei un vero amico devi evidenziare gli errori dell'amico».

In conclusione, ha affermato di aver aderito all'invito di un gruppo di sostegno del Parlamento europeo a partecipare a un digiuno, precisando di averlo iniziato dopo la prima colazione, «perché per un monaco tibetano la colazione è sacra», per condividere la loro determinazione.

I deputati, in piedi, gli hanno tributato un lungo applauso.
Seduta solenne - Allocuzione di Sua Santità il XIV Dalai Lama - 4.12.2008


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