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21.5.12

MA QUALE CRESCITA?


  Di Giandiego Marigo
Continuo a sentirne parlare, da tutti! A destra, a sinistra...al centro, nelle grandi riunioni mondiali. Tutti si riempiono la bocca con questo termine. Per lamentarne la mancanza, per prometterla qualora gli si dia fiducia, per stigmatizzare il percorso che porti al suo agognato ritorno...comunque , sempre fornendo la certezza che nella sua eternità, stia ogni soluzione possibile e che nella sua affermazione si realizzi “il miglior mondo possibile” Finirò per essere catalogato come un "rompipalle farneticante", un classico mai contento, un grillino dalla capa molle che nega tutto ed il contrario di tutto. Però non intendo aderire a questa speranza, non mi sento di condividere, questa certezza. Non mi interessa un modello culturale e sociale basato sulla convinzione che solo crescendo eternamente sia possibile un percorso di Civiltà e Progresso. Non ci sto! In genere, anche dalle nostre parti, laddove si dovrebbe concepire alternativa e dove la cultura dominante non dovrebbe far presa, dove ci beiamo d'avere anche altro pensiero che non l'unico, riconosciuto e santificato...bhè anche qui paga molto di più aderire all'opinione corrente, farsi parte del flusso e del mucchio. Portare, docilmente e possibilmente allegramente, la propria dose d'acqua al mulino del conformismo di sinistra, ma, pur cosciente di andarmi a cacciare nell'ennesimo guaio, non posso non notare quel che , per me, è evidente. Porre la questione, come viene fatto sempre più spesso anche in AreA di Progresso, mettendo in dubbio la sincerità della dichiarazione di chi la auspica (per esempio i capi di stato riuniti al G8) e non la sua realizzabilità è profondamente mistificatorio. Accettare la stessa logica della necessità che la Crescita Eterna torni ad essere il nostro riferimento lo è altrettanto. Un mezzuccio retorico, un espediente comunicativo, sarebbe come dire "Loro mentono...ma se ci fossimo noi non lo faremmo...riusciremmo a darvela la crescita".

7.1.12

Latouche: chi promette crescita produce debito e crisi


Serge Latouche

Penso che non c’è nessuna speranza, con l’euro, perché i tedeschi non rinunceranno mai a fare dell’euro una moneta della quale i cittadini non possono riappropriarsi. Loro vogliono che sia totalmente nelle mani della Bce, e che questa banca sia indipendente. In questo quadro non si può fare niente, non si può difendere il  tessuto industriale europeo perché l’Europa ha senso solo se si costruisce per proteggere i cittadini europei dalla concorrenza sfrenata del resto del mondo. Viviamo un’età da fine dell’Impero d’Occidente, ma la Cina oggi fa parte dell’Occidente e la fine dell’Occidente sarà anche la fine della Cina sotto questa forma: perché, quando nave affonda, anche se coloro che stanno sulla prua per un momento salgono in alto, finiscono poco dopo anche loro sott’acqua.
Alcuni economisti della felicità della decrescita hanno dimostrato che non c’è correlazione tra il Prodotto Interno Lordo e la Felicità. Al contrario, la New Economy Foundation ha stabilito un indice da cui sembra che i paesi con la felicità siano tra quelli considerati più poveri, come la Repubblica Domenicana. Al contrario, gli Usa sono al rango 150. E allora? Il debito non sarà mai pagato, non serve aiutare a pagare il debito: si deve cancellare il debito e partire verso un’altra direzione. Tutti gli economisti lo sanno da anni che questo debito che è diventato gigantesco non sarà mai pagato. Ma il problema è che siccome vogliono continuare con questa economia da casinò, si deve far finta che sia ancora credibile che sia pagato. E allora si deve “aiutare” i paesi a pagare: non il debito, ma gli interessi sul debito, per continuare a fare finta. Ma questo non può durare ancora per molto tempo.
Alcuni sostengono che conviene guidare una bancarotta, una sorta di modello Argentina? Ci sono molte esperienze di riconversione del debito. Anche recentemente l’Ecuador ha deciso di fare un audit e di pagare solo il 40-50% considerato come un debito giusto, giustificato, e penso che è sia la prima cosa da fare. Nella storia ci sono tantissimi casi di bancarotta, già da Carlo V nel ‘500. E’ la condizione per risanare l’economia e risanare la società. Un cambiamento radicale di sistema: perché il nostro attuale è basato sulla accumulazione illimitata per “la crescita che deve far crescere”, non per soddisfare i bisogni, perché prima di tutto si deve far crescere all’infinito i bisogni per giustificare la produzione illimitata e il consumo illimitato. Si dovrà produrre meno, ma produrre meglio. E soprattutto eliminare lo spreco incredibile che ne deriva.
Non uso mai la parola decrescita per parlare di recessione, che al massimo si può dire che è una decrescita forzata. La decrescita non è la “crescita negativa”, che in una società basata sulla crescita è la cosa più terribile al mondo perché fa aumentare la disoccupazione, non ci sono più le risorse per pagare la salute, l’educazione, la cultura. Questa è appunto la situazione tragica che viviamo oggi. Per questo dico sempre che non c’è niente di peggio di una “società di crescita” senza crescita. La società di crescita con la crescita all’infinito ci porta direttamente a fracassarci contro “il muro” dei limiti del pianeta: la società di crescita senza crescita porta alla disperazione.
Per questo dobbiamo uscire da questa logica. Non è una cosa facile: non si farà senza lacrime, sangue e sudore. Ma sangue, sudore e le lacrime le abbiamo già oggi, e abbiamo anche perso la speranza. Almeno, il progetto di decrescita può creare la speranza e andare verso una società di prosperità senza crescita: una società di abbondanza frugale.
(Serge Latouche, recenti dichiarazioni su crisi, debito e crescita, richiamate da Claudio Giorno nell’intervento “Recessione non è decrescita”, pubblicato il 31 dicembre 2011 sul blog “Democraziakmzero”).
Fonte


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17.12.10

AREA DI PROGRESSO E CIVILTA' ISTRUZIONI PER L'USO


Di Giandiego Marigo

La nuova/vecchia posizione che il Segretario del PD ha definito, per chi ancora non avesse compreso quali siano i contorni del progetto del Partito in questione, chiarisce in modo piuttosto definitivo da che parte si stia avviando la proposta di opposizione che la sgreteria dei democratici ha intenzione di proporre al paese.
Moltissime volte si è affrontata la questione delle premesse culturali, cioè quella dell'idea di mondo e della visione che si trasmette alla gente. La politica ha questo compito: Definire una visione, trasmetterla ed individuare le possibilità che questa visione divenga azione e che si trasformi in società...in rapporti.
Quindi è davvero importante quale visione si abbia...è una premessa indispensabile averne chaiara idea e percezione.

Proprio su questo pecca il PD, nell'assoluta carenza di visione o quantomeno di una visione unitaria che non sia la gestione del potere, alla quale è disposto a sacrificare qualsiasi cosa anche quelle primarie che per definizione sono nel suo DNA.

10.11.10

Urgente: formare nuovi saperi con vecchi saperi contadini


Ho molti amici, anche molto sensibili e non stupidi... Attenti, da sempre, alle esigenze degli ultimi e di quello che insistono a chiamare proletariato, che questa cosa non la vedono proprio.
Due o tre giorni fa ho parlato, con loro di Decrescita Serena e della necessità di re-imparare le cose che avevamo dimenticato, di crollo del capitalismo e mi hanno un poco compatito, con la medesima arietta ed il sorrisino che avevano quando parlavo di Moovement e di Rock, quando gli descrivevo l'India e le strade di Calcutta, la necessità di comprendere anche l'anima delle persone.
Oggi come allora, richiamandosi alla crisi presente...ed alla necessità di trattenere la Fiat in Italia. Alla impellenza di rilanciare il sindacato e la lotta. Ora, io ho sempre sofferto molto il pragmatismo che limita. Mi infastidiva quando ero giovane e non si poteva parlare di cultura perchè era secondario rispetto allo scontro di classe, mi infastidisce ancora oggi d'essere prigioniero anche nell'immaginarmi un mondo diverso ed altro di logiche industriali o capitalistiche, quasi che per vedere un'alternativa si debba necessariamente accettare la logica e le premesse, sostituendo unicamente e solo il proprietario dei mezzi di produzione...io credo che il tempo delle auto stia finendo, il tempo del petrolio stia finendo...così come sono convinto che il consumismo e questo modello sociale arriverrà alla fine, sono anche convinto che presto non potremo più non pensare a decrescere. Sono convinto che questa parentesi, questa Era, stiano volgendo al termine.
So che per immaginare un mondo altro e solidale, dove siano modificati i rapporti di Potere e di affezione fra gli esseri viventi si debba , forzatamente pensare ad un mondo che usa, adopera e conserva e non ad uno che consuma, ad un mondo che sappia essere autosufficiente, agglomerarsi su diversi valori.

14.10.09

MAURIZIO PALLANTE E LA DECRESCITA FELICE - NAPOLI, 17 OTTOBRE




INCONTRO CON MAURIZIO PALLANTE E LA DECRESCITA FELICE


17 ottobre 2009 11.00
Sala Gemito, galleria Principe di Napoli 
Napoli


Incontro con Maurizio Pallante e la Decrescita felice, una strada per uscire dalla crisi economica e ambientale.
Ci sarà anche la raccolta degli oli esausti, la critical mass ovvero come spostarsi in città senza inquinare e molto più velocemente e il banchetto SCEC, il seme di una nuova economia. 

Info 

Luciana P. Pellegreffi

Translation services

18.7.09

"LA FELICITA' SOSTENIBILE"

Vi segnalo il libro di Maurizio Pallante "La felicità sostenibile", Ed. Rizzoli.



Sprechi: tra processo di trasformazione e uso finale, una lampadina a incandescenza disperde il 95% dell’energia; per ricavare una bistecca di manzo da un etto, occorrono tremila litri di acqua.

La felicità — di una persona o di una comunità — può essere sostenibile?
Attanagliati dalla crisi economica e dall’emergenza energetica e ambientale, possiamo sperare in un futuro di benessere e serenità?
Sì, dobbiamo però invertire la rotta, ribellandoci all’imperativo che ci ha guidati nell’ultimo secolo — la crescita a ogni costo, misurata con l’aberrante strumento del Pil — e stabilire un nuovo modello di sviluppo.
La Decrescita Felice è una filosofia concreta che chiunque, ciascuno quotidianamente e i governi in politica, può mettere in pratica.
Decrescere non vuol dire rinunciare a nulla, ma modificare i comportamenti che implicano inutili sprechi. Se rimaniamo imbottigliati nel traffico, bruciamo litri di carburante (accrescendo il Pil!), ma non passiamo ore piacevoli.

Perché allora non usare mezzi alternativi o ridurre al minimo gli spostamenti? Se una famiglia — anziché acquistare frutta e verdura costosa perché proveniente dalla parte opposta del pianeta — coltiva un orto, mangia alimenti più freschi e risparmia.
Ancora: se perdiamo l’abitudine di passare il sabato al centro commerciale e aderiamo a un gruppo d’acquisto solidale, spendiamo meno e abbiamo pure l’occasione di costruire rapporti basati sulla collaborazione e la fiducia.

Investire nelle tecnologie per il risparmio energetico e nelle eco-case, autoprodurre beni, ridurre i rifiuti, instaurare relazioni fondate sulla reciprocità e sul dono invece che sulla competizione…
Perseguendo questi obiettivi, la Decrescita Felice corregge le storture del nostro modello economico e indica la via per un’altra dimensione del benessere, in un mondo meno inquinato e in una società più umana. Non è un’utopia, ma una nuova vita che possiamo cominciare già oggi.
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Lo sviluppo di una società non può essere in crescita infinita in quanto il pianeta terra è un sistema finito. Infatti questo modello di conumismo sfreneto è arrivato alla sua crisi globale.
Riduciamo i consumi a quelli essenziali, riciliamo, riutilizziamo e vivremo tutti meglio.

Luciana P. Pellegreffi
Translation services