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24.11.10

SUA SANTITA' IL DALAI LAMA VERSO IL PROBABILE RITIRO ENTRO 6 MESI

NEW DELHI - Il Dalai Lama progetta di ritirarsi "fra alcuni mesi" a vita privata con la speranza di poter ritornare un giorno in patria. Lo ha rivelato lui stesso a New Delhi. Intervistato in un programma della tv indiana CNN-IBN, il Dalai Lama, che ha 76 anni, ha detto che una decisione definitiva sarà presa solo dopo consultazioni con i dirigenti politici del movimento e con il Parlamento in esilio. Al giornalista che gli ha chiesto di commentare le congetture su un suo possibile ritiro, il Dalai Lama ha risposto senza esitare: "Credo, sì credo, che mi ritirerò entro sei mesi". Dopo aver indicato di aver già "brevemente accennato ai dirigenti politici le mie intenzioni", ha aggiunto che in questo non c'é nulla di drammatico perché fin dal 2001 il movimento tibetano in esilio ha messo in funzione un meccanismo in base a cui le decisioni più importanti vengono assunte dalla leadership politica. "Anche per questo - ha concluso - la mia posizione è già di 'quasi pensionato', e quindi affinché questa forma di democrazia introdotta funzioni nel miglior modo possibile, ho pensato che mi sentirei meglio se io non fossi più coinvolto in alcun modo in queste attività".

22.11.10

Karan Thapar of CNN-IBN interviews His Holiness the Dalai Lama - engl/it


english/italian
His Holiness the Dalai Lama was interviewed this morning by journalist Karan Thapar on his popular Devil’s Advocate programme on CNN-IBN news channel. The interview will be aired at 8 pm (IST) on 21 November.
Asked about the official attempts to marginalise Tibetan language in favour of Chinese in Tibetan area of Qinghai province, His Holiness said around 1986, the previous 10th Panchen Lama, the late Ngabo Ngawang Jigme and other officials of the Tibet Autonomous Region after some meetings decided to make Tibetan the official language in Tibet. This decision led to some very encouraging developments in reviving some classical Tibetan texts but that ended after Chen Kuiyuan, a well-known hardliner became the party chief of TAR. Chen called Tibetan Buddhism a threat. Some Tibetans who worked for the Tibet University in Lhasa recently met Holiness and told him how after Chen’s arrival, translations were done mainly from Chinese texts and not Tibetan. His Holiness said some Tibetans he met told him some kind of “semi-cultural revolution” is taking place in Tibet and Tibetan language might well get wiped out soon.

13.11.10

DALAI LAMA: TOLLERANZA

NELLA PRATICA DELLA TOLLERANZA
IL TUO PEGGIOR NEMICO 
E' IL TUO MIGLIOR MAESTRO


DALAI LAMA


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12.11.10

6th INTERNATIONAL CONFERENCE OF TIBET SUPPORT GROUP - DALAI LAMA IN VIDEO





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IL DALAI LAMA ALLA 6° CONFERENZA INTERNAZIONALE DEI GRUPPI DI SOSTEGNO AL TIBET

Surajkund (India), 8 novembre 2010. Convocata dal Gruppo di Coordinamento indiano per la causa tibetana, dal 5 al 7 novembre 2010 si è tenuta a Surajkund, nei pressi di New Delhi, la sesta Conferenza Internazionale dei Gruppi di Sostegno al Tibet. Tema della conferenza – secondo quanto affermato in apertura dei lavori dal Dr. N.K. Trika, presidente del Gruppo di Coordinamento indiano - la discussione sull’attuale situazione esistente in Tibet e l’individuazione delle azioni attraverso le quali i Support Groups di tutto il mondo possono rendere più incisivo il loro lavoro alla luce dei cambiamenti avvenuti in Cina e Tibet.
Allegato_di_posta_elettronica-4Il primo incontro ebbe luogo a Dharamsala, nell’ormai lontano 1990, seguito da quelli di Bonn (1996), Berlino (2000), Praga (2003) e Bruxelles (2007). Alla sesta conferenza, aperta il 5 novembre alla presenza del Dalai Lama, di Lal Krishna Advani – ex Primo Ministro indiano – e del Primo Ministro del Governo Tibetano in esilio Samdhong Rinpoche, hanno partecipato oltre 250 delegati provenienti da 57 paesi. L’Associazione Italia-Tibet era rappresentata dal Dottor Stefano Dallari, per anni membro del direttivo dell’Associazione. Alla cerimonia di inizio dei lavori (nella prima foto il Dalai Lama e Advani accendono la lampada inaugurale), hanno partecipato anche la senatrice filippina Miriam Defensor Santiago, Rafael Gimalov, membro del parlamento russo e Vijay Singh Mankotia, ex Ministro dello stato indiano dell’ Himachal Pradesh.

11.3.10

MARZO 1959-2010: 51° ANNIVERSARIO DELL'ESILIO TIBETANO IN INDIA


Marzo è un mese particolare per i tibetani: il 10 è l’anniversario della rivolta di Lhasa contro l’occupazione cinese del 1959 che costò la vita a 87.000 persone e che obbligò il Dalai Lama a fuggire in India. Il 28 marzo 1959, giorno in cui le autorità cinesi dichiararono illegale il governo tibetano in esilio, per volontà del governo della Repubblica popolare dal 2009 è diventata la festa della “liberazione dalla schiavitù”, intendendo in questo modo l’occupazione armata del Tibet da parte di Pechino un’azione condivisa dalla popolazione locale e definendo inoltre la figura del Dalai Lama e le legittime istituzioni tibetane schiaviste.
Ho viaggiato da settembre 2008 a giugno 2009 in India e Nepal realizzando una ricerca e un reportage fotografico sull’esilio tibetano a 50 anni dal suo inizio.
Il 28 marzo ero ad Hong Kong per realizzare un’intervista ad un membro del Fulun Gong scappato dalla Cina continentale, così ho avuto modo di seguire su vari canali televisivi la diretta delle cerimonie della festa della “liberazione dalla schiavitù”. In una Lhasa tirata a lucido c’erano migliaia di tibetani in abito tradizione inginocchiati davanti ad un palco situato nella piazza principale della città sul quale vari membri del governo di Pechino elencavano le nefandezze commesse dal governo del Dalai Lama, sottolineando invece i miglioramenti apportati dall’attuale amministrazione occupante in Tibet. Per rendere il tutto più credibile, le autorità cinesi alternavano le riprese degli elegantissimi rappresentanti del governo di Pechino presenti sul palco ad interviste fatte ai tibetani presenti alla cerimonia in cui le persone ripetevano meccanicamente i loro ringraziamenti alle autorità cinesi per averli liberati dalla schiavitù del Dalai Lama.
Da quanto è emerso da una lunga serie di interviste da me realizzate nelle principali comunità tibetane situate nel nord dell’India e in Nepal e esaminando quanto emerge dall’attuale ricerca storiografica, in realtà le cose stanno diversamente.
Se inizialmente l’occupazione del Tibet aveva semplicemente delle finalità geo-strategiche di natura militare, con l’ascesa della Cina ad officina del mondo (oggi la Cina controlla il 53% della produzione di manufatti a livello mondiale) le cose sono cambiate.
La Cina attualmente ha un assetto produttivo e dei ritmi di crescita economica che la rendono dipendente dall’approvvigionamento di materie prime sul mercato mondiale, cosa che comporta ad esempio il fatto che il governo di Pechino sia sempre più presente in numerosi stati africani con finalità dichiaratamente imperialiste.
La scoperta di uno dei più grandi giacimenti di metano al mondo custodito sotto i ghiacci dell’altopiano tibetano ha cambiato sensibilmente la strategia politica seguita dalle autorità cinesi in Tibet a partire dal 1959.
Il governo di Pechino ha messo in campo un piano di trasferimento della popolazione (in particolare di membri della principale etnia presente in Cina, cioè gli han) stimolato da lauti incentivi economici e facilitato dall’inaugurazione, nel luglio del 2006, della linea ferroviaria che collega Pechino con Lhasa. Di conseguenza oggi gli han sono l’etnia maggioritaria in Tibet.
L’unico punto su cui la strategia governativa è rimasta immutata è la repressione della cultura tibetana, cosa che spinge migliaia di tibetani ad attraversare l’Himalaya a piedi per fuggire a questa situazione.
L’attraversamento dura all’incirca un mese ed avviene molto spesso senza un abbigliamento e viveri adeguati.
In seguito agli accordi stipulati tra il governo cinese e quello nepalese dopo l’ascesa al potere in Nepal del partito maoista (aprile 2006), i tibetani molto spesso devono fuggire sia dalle truppe dell’esercito cinese che da quelle nepalesi, entrambe prive di remore nel sparare addosso alle colonne di tibetani diretti al confine. Molti tibetani ovviamente muoiono di stenti e di freddo durante l’attraversamento dell’Himalaya, ma anche a causa dei proiettili sparati sia dall’esercito cinese che da quello nepalese.
Una volta attraversato il confine nepalese i tibetani trovano a Katmandu’ un centro d’accoglienza gestito dall’Onu, dove hanno la possibilità di ottenere lo status di rifugiati e di salire su un autobus diretto a Daramsala, città situata nel nord dell’India e attuale residenza del governo tibetano in esilio.
A Katmandu sono andata a fare una visita a questo centro d’accoglienza meta dei tibetani che varcano l’Himalaya alla ricerca della libertà.
Un rifugiato fornito di un ottimo inglese mi ha raccontato che sono sempre di più i tibetani che muoiono durante l’attraversamento del confine per mano dell’esercito nepalese. Ha aggiunto anche che la presa di posizione politica del Dalai Lama in merito all’autonomia e non all’indipendenza del Tibet dal governo di Pechino non è condivisa dalla maggior parte della popolazione, cosa che però non mette in discussione l’autorità del capo spirituale e politico dei tibetani.
Ho pranzato con un tibetano che lavora per Human Rights Watch. Il suo compito è raccogliere le storie dei tibetani appena arrivati in Nepal e compilare dei rapporti per la ONG per cui lavora. Da quanto mi ha raccontato, la libertà religiosa concessa in Tibet di cui il governo di Pechino si vanta è una farsa.
Quando arrivano a Daramsala i tibetani finiscono in un centro per i rifugiati gestito dal governo in esilio e situato nel centro della città. E’ da qui che nasce per loro una nuova vita, in un paese che parla una lingua per loro incomprensibile e che offre poche opportunità di lavoro e quindi d’inserimento sociale.
Una delle conseguenze delle spaesamento connesso a questo esilio forzato in un altro paese è la crescita tra i tibetani del consumo di alcol e droga. Per questa ragione il governo tibetano ha aperto un centro per il recupero dei tossicodipendenti. Durante un’intervista il direttore di questo centro di recupero ha sottolineato che l’aumento del consumo di alcol e droghe tra i tibetani è dovuto alla disoccupazione, alle difficoltà d’inserimento in un paese che parla una lingua diversa e di difficile apprendimento come l’hindi, ma anche molto spesso all’ignoranza sugli effetti delle sostanze con cui i giovani si accostano a questo tipo di consumi.
A rendere maggiormente difficoltoso l’inserimento dei tibetani in India contribuisce anche lo status giuridico di rifugiati, cosa che rende assai difficile per un tibetano lasciare l’India ma anche costruirsi una vita nel paese stesso al di fuori delle comunità tibetane.
Anche le forti tensioni presenti tra la comunità indiana e quella tibetana, in contrasto con l’armonia che regna sul piano diplomatico tra il governo di Delhi e quello in esilio, rendono complicato l’inserimento dei rifugiati nel nuovo contesto.
Da un’intervista fatta ad un medico tibetano residente a Daramsala da oltre trenta anni sono emersi vari episodi di violenza tra le due comunità, come ad esempio l’inaugurazione avvenuta a metà degli anni ‘80 del Centro di medicina e astrologia tibetano di Daramsala. L’edificio venne circondato da un gruppo di indiani e danneggiato. I tibetani non poterono chiamare la polizia perchè per tre giorni le linee telefoniche vennero interrotte.
Daramsala è anche sede di numerosi e molto attivi movimenti politici, dove i rifugiati appena arrivati in India possono trovare invece spazi in cui è per loro possibile partecipare alla vita della comunità. Il Gu-Chu-Sun (associazione composta da ex prigionieri politici), il Tibetan Women’s Association e il Tibetan Youth Congress sono tutte organizzazioni fortemente orientate all’indipendenza del Tibet e non all’autonomia, ancora una volta in contrasto con quanto sostiene il Dalai Lama. Le attività principali di questi movimenti politici sono l’organizzazione di manifestazioni di protesta e la produzione di materiale informativo sulla questione tibetana.
La biografia di Gompo, un ragazzo di 25 anni arrivato a Daramsala cinque anni fa dal Tibet, sintetizza molto bene la realtà materiale in cui i rifugiati sono costretti dalle circostanze a muoversi, ma anche l’approccio culturale con cui queste persone si rapportano alla loro terra d’origine e al nuovo contesto in cui sono obbligati ad inserirsi.
Appena è arrivato a Daramsala Gompo ha iniziato a studiare l’inglese, mentre non si è mai premurato di apprendere l’hindi. Per cinque anni è stato mantenuto da un fratello che è riuscito ad emigrare in Europa, ma da qualche mese ha trovato lavoro in un bar a Daramsala raggiungendo così l’autonomia economica. Partecipa attivamente alla maggior parte delle iniziative politiche che si svolgono di frequente in città. Prova molto dolore per il fatto che non potrà tornare in Tibet probabilmente fino al resto dei suoi giorni, visto che la cosa comporterebbe l’arresto e otto anni di reclusione da scontare nelle carceri cinesi. Ci tiene molto a sottolineare però che il nemico dei tibetani è il governo di Pechino e non la popolazione, visto che anche i cinesi sono schiacciati dalla dittatura e che comunque sono brave persone. Questo concetto tante volte ripetuto da Gompo durante l’intervista penso che sia la sintesi di uno dei capisaldi della cultura tibetana da cui la cultura occidentale ha qualcosa da imparare: il pacifismo agito e non solo teorizzato.

6.1.10

TIBET: GENOCIDIO DI UN POPOLO SUL TETTO DEL MONDO


Un libro di Fabio Zanello dedicato all’olocausto tibetano di Fabrizio Legger
Il Tibet continua a fare discutere, soprattutto in Occidente. La lenta distruzione del popolo Tibetano, iniziata con l’invasione cinese del 1950, e le politiche di “cinesizzazione” poste in atto da Mao e dai comunisti, hanno ridotto il Tibet ad una vera e propria colonia di Pechino.
Per farsi un’idea di cosa è stata la tragedia del Tibet, la casa editrice Coniglio Editore ha pubblicato questo libro di Fabio Zanello, intitolato “Tibet Olocausto” (pagine 172, Euro 13,50) che, attraverso la proposizione di documenti ufficiali, ci rivela che cosa è stato il genocidio tibetano.

Il libro si divide in due parti: la prima comprende scritti di Mao in cui si esaltano il materialismo e la lotta contro la metafisica, la distruzione delle religioni che illudono e corrompono i popoli, la necessità di diffondere la cultura comunista in tutte quelle realtà (come quella tibetana, appunto) ancora ancorate a valori religiosi, a miti e a forme politiche di tipo teocratico. Si tratta di descrizioni agghiaccianti, che ben mettono in evidenza la spaventosa carica di violenza distruttiva e di fanatismo iconoclastico che si abbatté sul Tibet dei Dalai Lama. Una violenza terrificante che produsse decine di migliaia di morti, la distruzione di biblioteche e monasteri, l’annientamento di una cultura millenaria. Nonostante la prima disperata resistenza dei patrioti tibetani, il Paese fu interamente sottomesso dall’Armata Popolare cinese, e a cadere vittime delle stragi e delle repressioni non furono solo i ribelli che avevano imbracciato le armi, ma anche i bonzi, gli sherpa e i semplici montanari tibetani che non accettavano di dover sottostare ad una nuova e terrificante dominazione cinese, questa volta contrassegnata da una ideologia atea, totalitaria e spaventosamente repressiva.

La seconda parte del volume contiene dichiarazioni del Dalai Lama e pagine di denuncia rovente nei confronti delle politiche cinesi in Tibet, politiche che stanno minando alla base la cultura e l’identità del popolo Tibetano. Sono pagine toccanti, documenti che raccontano come le Guardie Rosse di Mao plagiavano i giovani tibetani, inducendoli a ribellarsi contro i loro genitori, contro i lama, i monaci e la religione buddista. Gli scritti sono accorati e testimoniano il grande amore del Dalai Lama per la sua terra e per le tradizioni millenarie di cui i Lama sono i sacri custodi. Questi scritti sono anche un disperato appello al mondo, affinché non dimentichi al tragedia del Tibet e si faccia carico, in sede Onu, di chiedere alla Cina di rispettare ciò che resta della cultura e della religione tibetana.
La cronaca di un conflitto devastante, che ha avuto il suo apice tra il 1950 e il 1976, ma che prosegue ancora oggi. Un libro di attualità, che illumina i lettori su una delle grandi tragedie del nostro tempo. Da leggere assolutamente.

Fabio Zanello  -  Tibet Olocausto. Le Guardie Rosse contro Dio -  Pagine 172, Euro 13,50 -  Coniglio Editore (Roma)

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