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17.5.12

Intervista a Federica – “La mia famiglia annichilita e senza un futuro per la crisi economica.”


 Intervista di Luchino Galli, blogger e mediattivista 

Negli ultimi anni, anche nel nostro Paese la crisi economica ha sconvolto la vita di milioni di persone e delle loro famiglie, in nome di logiche economiche dipinte come ineluttabili. È accaduto anche a Federica…

Federica, quanti siete in famiglia, e su quali redditi potete contare?
In famiglia siamo in cinque, io, mia figlia 24enne con 2 bimbe piccole, e mio figlio 16enne; un unico reddito mensile di 800 euro, da un mese passati a 700, essendomi stato ridotto l’orario settimanale: in pratica lavoravo come precaria per 35 ore settimanali, ora sono 31 ore; 700 euro più l’assegno familiare per mio figlio;  da un anno lotto con l'Inps perché anche mia figlia,  disoccupata, li ottenga per le due nipotine!
In questi giorni ho ricevuto da equitalia una cartella di 3 mila e passa euro. Purtroppo ci stava il fermo amministrativo sull'auto;  sono  riuscita  a farmela rateizzare: 100 euro e poco più al mese per ventisette mesi, tra un mese mi  arriveranno i bollettini a casa...

Come fai a mantenere la famiglia con queste entrate?
E’ molto… molto difficile! I nostri soldi vanno  quasi tutti in cibo; compro solo latte, pane e pasta, gli alimenti che costano di meno, ortaggi che riesco a trovare per pochi soldi; purtroppo niente carne, niente succhi, né biscotti per le piccole… Le bollette, luce e metano che usiamo il meno possibile, le pago sempre in ritardo;  l'acqua e la spazzatura purtroppo non riesco a pagarle!

I Tuoi figli, i Tuoi nipoti come vivono questa situazione? 
I miei figli sono mortificati, a volte piangono perché non hanno il minimo indispensabile; le nipotine sono cresciute in questa situazione, non chiedono molto, sono buone, non fiatano.

2.5.12

Pensioni d'oro, vittoria IdV al Senato


Governo battuto e maggioranza spaccata al Senato, dove l'Italia dei Valori ha ottenuto un'importante vittoria con un emendamento sulle pensioni d'oro dei manager pubblici.
L'emendamento, votato anche da Pdl e Lega ma non dal Pd che si è schierato con l'esecutivo, sopprime il comma 2 dell'articolo 1 che cancella le norme sul trattamento previdenziale dei manager pubblici in presenza del tetto sugli stipendi. La nuova legge equiparava le pensioni dei più alti funzionari dello Stato a quella del primo presidente della corte di Cassazione. Nonostante la riduzione già disposta per gli stipendi.


“È indecente e immorale che mentre si chiedono immani sacrifici alle classi sociali più deboli, non si taglino le pensioni d’oro e i privilegi della casta - dichiara il leader IdV Antonio Di Pietro. "Oggi - chiarisce - il governo è andato sotto nell’Aula del Senato sul nostro emendamento per la soppressione di una norma che introduceva con urgenza la tutela del trattamento pensionistico dei grandi manager di Stato. Mentre il governo continua a fare orecchie da mercante sul problema degli esodati, spendendosi a parole e mai con i fatti, allo stesso tempo continua a favorire i potentati economici. L’Italia dei Valori - sottolinea Di Pietro - prosegue la sua battaglia all’insegna della trasparenza e dell’equità sociale”.
"Battuto il Governo". esulta il capogruppo in commissione Giustizia di Palazzo Madama, Luigi Li Gotti, che aggiunge: "Ho sostenuto in Aula che non si può pensare alle pensioni altissime prima della soluzione del dramma degli esodati. Il Governo ottusamente ha dato il parere contrario al nostro emendamento che, messo ai lavori, ha ottenuto 124 voti favorevoli, 94 contrari e dodici astenuti. Una vittoria - conclude Li Gotti - dell'etica della cosa pubblica sugli interessi della casta di privilegiati".
Scarica l'emendamento IdV con il comma soppresso

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28.4.12

Report domenica 29 aprile alle 21.30 su Rai3 - Programmazione




La puntata si intitola "DOLCE E' LA VITA" di Sabrina Giannini
L'inchiesta, attraverso la storia esemplare dell'additivo più utilizzato nell'alimentazione (l'aspartame, un dolcificante artificiale), mostra le debolezze di un sistema di controllo che non tutela adeguatamente la nostra salute. Infatti le industrie, per inserire nell'alimentazione una nuova sostanza, devono dimostrare a loro spese la sicurezza del prodotto finanziando le ricerche. Un sistema che, tra conflitti di interesse e corruzione, "addolcisce" la vita dell'industria a danno della salute dei consumatori.

E inoltre, "I CONSORZIATI" Di Claudia Di Pasquale
Le casse del comune di Roma non navigano certo in buone acque, il debito del Campidoglio supera i 12 miliardi di euro e c'è il rischio che da settembre gli stipendi non vengano pagati. Una parte dei soldi però potrebbe essere recuperata attraverso i soldi dei condoni edilizi, e potrebbe essere una buona cifra visto che di domande di sanatoria se ne contano ben 240 mila. Cosa fanno il Sindaco Alemanno e la sua giunta per incassarli?

Per la rubrica C'E' CHI DICE NO: "VALTER BONAN" Di Giuliano Marrucci
Il bacino del Piave è uno dei più artificializzati d'Europa. La Regione Veneto sta per dare il via libera a 150 nuove concessioni per impianti idroelettrici, mettendo a repentaglio un ecosistema patrimonio dell'umanità. 

I video e la trascrizione integrale dei testi di tutte le inchieste saranno on line sul nostro sito www.report.rai.it al termine della messa in onda.

Buona Visione!
La Redazione.

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14.4.12

Intervista ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca



Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantitoCinque domande ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca.

* (Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Federazione della Sinistra, Italia dei Valori, Lucca civica Tambellini Sindaco)
Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Alessandro Tambellini

Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 
Dottor Tambellini, come è nata la Sua candidatura a sindaco, e quali sono le Sue parole d’ordine “per aprire una nuova stagione” nella città di Lucca?

La mia candidatura è nata da un percorso condiviso dei partiti del centrosinistra che mi hanno scelto come candidato sindaco all'unanimità. Insieme ai partiti c'è stato, e c'è, un pezzo importante della società civile che mi accompagna e mi sostiene da tempo e che rappresenta un valore aggiunto notevole.

Il contrasto alla disoccupazione adulta nei programmi dei candidati sindaco. Intervista a Daniela Rosellini, Movimento 5 Stelle



Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantito: parla Daniela Rosellini, candidato sindaco di Lucca. 

Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 
Daniela, come è nata la Tua candidatura a sindaco, e quali sono le Tue parole d’ordine per fare della città di Lucca un Comune a 5 Stelle?
Il lavoro che svolgo mi porta quotidianamente a stretto contatto con i disagi delle persone e delle loro famiglie; problematiche importanti da risolvere, per il mio ruolo professionale, da dietro uno “sportello”. Ma aldilà di questo divisorio ho da tempo capito che non esiste un generico signor Rossi: oltre quel limite c’è l’individuo, il Signor Rossi, c’è la nostra famiglia, i nostri figli, i nostri nipoti.
Così mi sono messa in movimento, ho idealmente scavalcato quel divisorio e ho cercato di dar voce a quanti tra i miei concittadini non riescono (per innumerevoli cause) a farlo.
Sono stati anni impegnativi, di ricerca, di contraddizioni, di tentativi che hanno permesso di portare alla luce il mio primordiale desiderio: quello di ridestare la coscienza dei troppo assopiti e stimolare la loro partecipazione diretta.

REPORT 15 APRILE RAI 3, 21.30 - PROGRAMMAZIONE

La puntata si intitola "CONTANTI saluti al neroDi Stefania Rimini
L'Italia è il paese del contante: 9 volte su 10 per pagare si tirano fuori i soldi piuttosto che fare un bonifico o usare una carta di pagamento. Non a caso, l'Italia è anche il paese del "nero" secondo l'Eurispes è di 540 miliardi, corrispondente al 35% del Pil, secondo l'Agenzia delle Entrate invece abbiamo un sommerso intorno ai 300 miliardi, che dà luogo a 120-150 miliardi di evasione favorita proprio dal grande uso di denaro contante.
Proviamo solo a pensare cosa potremmo fare con 150 miliardi in più all'anno: rilanciare l'occupazione, ridurre le tasse, ripagare il debito... La realtà è invece che a fare il nero collaborano tutte le categorie, "perché altrimenti non ci si sta dentro". C'è il padrone di casa che si fa pagare una parte dell'affitto in nero, c'è l'inquilino che paga l'artigiano senza fattura per risparmiare l'iva, c'è il professionista che fa lo sconto al cliente se non gli chiede la ricevuta, c'è il dipendente che si fa dare una parte del salario fuori busta, c'è il fornitore che vuole essere pagato una parte in nero, c'è l'esercente che non rilascia lo scontrino. La microevasione si alimenta proprio grazie ai pagamenti in contanti e all'anonimato che questo tipo di pagamento garantisce.
Forse non è una coincidenza che circa i 4/5 delle banconote da 500 euro sono localizzate nelle province di Cuneo vicino alla Svizzera, di Forlì vicino a San Marino e nel Triveneto, ovvero i trampolini di fuga dei capitali. Per non fare la fine della Grecia il Governo Monti ha aumentato le tasse, ma siccome le tasse sono troppo alte, la gente evade e siccome la gente evade, non si possono abbassare le tasse. Come si fa a spezzare questo circolo vizioso?

Di Pietro e Orlando, confessate ai cittadini il vostro appoggio al “governo della finanza”. Mi dimetto dai miei incarichi in IDV.


 
Raccontate la verità, gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa, l’ESM, ambiguamente definita “fondo salva-stati”, che, fra immunità, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” da far gravare sulle spalle del popolo.
Sapete benissimo che la ratifica del trattato ESM (non ancora in vigore) comporterà l’incremento delle politiche di austerity, ossia l’imposizione di ulteriori interventi “lacrime e sangue” che colpiranno soprattutto le fasce più deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese.
Un obiettivo politico che ovviamente travolgerà anche la vita dei vostri elettori, compresi quelli della sua amata Palermo, prof. Orlando.  L’IMU? L’art. 18? E’ solo l’inizio.

14.2.12

QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO. INTERVISTA AL PROF. GIUSEPPE CARLO MARINO


 GIUSEPPE CARLO MARINO
                           
A QUANTI HANNO TEMPO E PAZIENZA DI LEGGERE, PER UNA RIFLESSIONE SUI LIMITI E SUGLI INGANNI DEL c.d. "RIFORMISMO"
 Diacronie Studi di Storia contemporanea
Numero 9, Gennaio 2012 “QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO.
Le sinistre europee nell’”età dell’oro” del capitalismo” 
Intervista a cura di Luca Bufarale e Fausto Pietrancosta
  1. Che giudizio ritiene di dare sul periodo definito dalla storiografia francese les trente glorieuses, il trentennio 1945-1973, dal secondo dopoguerra ai prodromi della grande crisi economica degli anni settanta? Quale analisi si sente di fare sugli aspetti e le caratteristiche che hanno contribuito a definire quegli anni e il rapporto con l’epoca attuale?
Trente  glorieuses  o la più celebre definizione di Eric Hobsbawm “l’età dell’oro”? E’ lo stesso. Se una siffatta periodizzazione ha la sua base nell’economia (così come la domanda opportunamente suggerisce), occorrerebbe andare indietro fino agli anni Trenta e da lì, in particolare dalla seconda fase del New Deal, procedere in avanti seguendo lo svolgimento di un ciclo unitario delle trasformazioni del capitalismo segnato dal fordismo e dal keynesismo. Il tutto, pur con  assai numerose varianti  territoriali (ovvero “nazionali”), sulle linee dinamiche di una società di massa nella quale si sarebbe sempre più intensificata una proficua dialettica produzione-consumo che richiedeva un rigoroso controllo pubblico sulla moneta e sulle attività finanziarie, un’organica  composizione (mediante un meccanismo  di “concertazione” nei rapporti tra capitale e lavoro) del conflitto sociale e  salari crescenti, nonché l’imposizione di regole e vincoli ad un mercato regolato e razionalizzato dalla politica mediante un’opportuna legislazione. La stesso dramma del ’29,  estesosi dagli Usa all’Europa con effetti assai larghi nel mondo intero, aveva dettato la sua lezione, raccolta dal  presidente Franklin Delano Roosevelt dopo il quadriennio  fallimentare  del suo predecessore Erbert Clark  Hoover: il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere ad una sorte che sembrava a molti ormai segnata, soltanto trasformandosi in un sistema idoneo a produrre uno sviluppo crescente stimolato dai consumi, a loro volta alimentati da un processo di redistribuzione sociale dei profitti e della ricchezza. In altri termini, un superamento del liberismo e l’impianto di un sistema che, al di là della stessa liberal-democrazia, potrebbe, in senso lato, dirsi “socialdemocratico”.  La sua concretizzazione in Europa sarebbe avvenuta nei termini di una progressiva affermazione ed estensione dello “Stato sociale” (con esiti persino più avanzati  dell’Opulenty Society  statunitense, ma  sullo sfondo paradigmatico  dell’american way of life),  a partire dal secondo dopoguerra, una volta travolta la variante autoritario-reazionaria della risposta alla crisi del ’29  tentata dai fascismi (che pure, a loro modo – va riconosciuto – si erano mossi verso un’atipica forma totalitaria di “Stato sociale”). Dalla parte opposta al capitalismo, si sarebbe svolta, con una forza propulsiva decrescente, la grande sperimentazione del “socialismo reale” nata dalla rivoluzione d’ottobre.   Nel complesso, un itinerario unico −seppure un quadro molto variegato non uniforme e con molte contraddizioni −  segnò  quelle epocali  trasformazioni del capitalismo che, in Occidente, nell’area euro-atlantica,  andarono a sfociare nella prodigiosa stabilizzazione del “trentennio glorioso”. Per alcuni anni di quel trentennio i riferimenti “alti” di un’inedita espansione sociale del benessere e della ricchezza  sarebbero state la Gran Bretagna laburista e soprattutto le socialdemocrazie nordiche del  Continente.  Il nostro Paese, del resto come  la Germania,  fece il suo ingresso più tardi nell’eldorado: nei primi anni Sessanta, dopo la ricostruzione degli anni di De Gasperi e sotto la spinta radicalmente innovatrice del “miracolo economico”. Personalmente ricordo – ne ho scritto con una certa enfasi nostalgica nel mio Biografia del Sessantotto (Bompiani, 2005) che vissi  quel senso liberatorio di partecipazione ad una vita di colpo fattasi ottimistica e solare (dopo le plumbee caligini degli anni Cinquanta) ad apertura di quel decennio, mentre si  stava aprendo la stagione  del “centro-sinistra”: si discuteva, con speranza, di “riforme strutturali”, di  “programmazione economica”, di piena occupazione, di liquidazione della “questione meridionale”, di emancipazione femminile, di diritti alla salute, allo studio, alla casa, al salario garantito, nello slancio del “primato” riconosciuto alla politica  e  nella rivendicazione collettiva dei  progressi conseguibili con la  socialità, al segno dell’ uguaglianza e della  giustizia sociale, tra fabbriche in espansione e decine di migliaia di cantieri aperti  che stavano rinnovando il volto stesso del Paese. Un tempo favoloso per me. Figuriamoci per i precari e per i  giovani di  oggi!

9.1.12

Tagliare gli stipendi ai politici: è partita la raccolta firme


Tagliare i costi della politica: missione impossibile? C’è un gruppo di cittadini che prova a farlo, con una proposta di legge per equiparare alla media europea gli stipendi dei politici. Tetti a emolumenti e indennità di parlamentari, ma non solo: tagli anche alle buste paga di sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti di società pubbliche. Mercoledì è stata presentata al Comune di Parma la richiesta per avviare la raccolta firme anche nell’ufficio elettorale della nostra città. L’obiettivo è iniziare a raccogliere adesioni già dalla prossima settimana. La proposta di legge di iniziativa popolare è stata lanciata da un gruppo di cittadini, riuniti nella sigla «Nun Te Regghe Più», dalla famosa canzone di Rino Gaetano. Le loro raccolte firme sono già partite da nord a sud Italia. In provincia di Parma sono state già avviate a Noceto, presso l’ufficio elettorale, a Fontevivo nell’ufficio protocollo e all’Urp di Fontanellato. La proposta di legge è composta da un solo articolo, molto semplice e chiaro. «I parlamentari italiani eletti al senato della repubblica, alla camera dei deputati, il presidente del consiglio, i ministri, i consiglieri e gli assessori regionali, provinciali e comunali, i governatori delle regioni, i presidenti delle province, i sindaci eletti dai cittadini, i funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica, ed equiparati non debbono percepire, a titolo di emolumenti, stipendi, indennità, tenuto conto del costo della vita e del potere reale di acquisto nell’unione europea, più della media aritmetica europea degli eletti negli altri paesi dell’unione per incarichi equivalenti». Un'impresa non impossibile poter presentare la legge in parlamento: bastano infatti 50mila firme. Molto più difficile sarà farla approvare dagli onorevoli.

e.g.

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VAGONI CON DELITTO - IL TAGLIO DEI TRENI NOTTURNI


 
Secondo Mauro Moretti, l’amministratore delle Ferrovie, il taglio dei treni notturni con il licenziamento di 800 lavoratori è stata una scelta dolorosa ma inevitabile. Un modo per eliminare convogli semi-vuoti e improduttivi, per migliorare i conti dell’azienda e in ultima istanza per far pesare di meno le Fs sulle spalle degli italiani. Ma è davvero così? In questa intervista al Fatto Claudio Renzetti, 47 anni, direttore generale di Servirail (ex Wagons Lits), l’azienda che aveva in appalto i servizi notturni, è di parere opposto. Renzetti non è l’ultimo arrivato nel-l’ambiente dei treni, dei vagoni letto e delle cuccette; con incarichi diversi lavora in questo settore da un quarto di secolo. Davanti al computer del suo ufficio sulla via Prenestina a Roma, a qualche decina di metri dalla palazzina dove gli 800 licenziati tentano disperatamente di salvare il loro lavoro, con un paio di clic tira fuori le tabelle con i dati di quello che in gergo chiama lo “sdraiato”, cioè le cuccette e i posti letto. “Come si fa a dire che non c’è mercato? Dal 2004 a oggi il totale dei viaggiatori di vagoni letto e cuccette è costante. Nel 2004 furono 1 milione e mezzo circa, nel 2010 erano 1 milione e 400 mila con un numero minore di carrozze e ad agosto dell’anno appena chiuso erano quasi 900 mila nonostante non si facesse la manutenzione delle carrozze che era affidata in appalto a un’altra società”.    E allora perché Moretti ha deciso di tagliare portando i notturni da 242 a 151 al giorno?

Otto per mille a carceri e Protezione Civile. Dove finiscono i soldi dello Stato.

Nessuna quota per la lotta alla povertà e per i rifugiati o per l'edilizia ecclesiastica. Una scelta che fa discutere.

Niente fondi per la lotta alla povertà e il restauro dei beni culturali dall'8 per mille destinato allo Stato. Il Governo ha deciso di impiegare le risorse disponibili (57 milioni di euro) per l'edilizia carceraria e la protezione civile. Una scelta che fa discutere.

Il meccanismo
Facciamo un passo indietro per capire come si è arrivati a questa somma e alle scelte relative alla destinazione. Quando si compila la dichiarazione dei redditi è possibile scegliere a chi destinare l'8 per mille. A barrare una delle voci a disposizione è solo il 40% dei contribuenti. Quando non viene manifestata una preferenza, la somma viene distribuita proporzionalmente alle scelte espresse. Questo fa sì che, a conti fatti, l'80-85% finisca mediamente alla Chiesa Cattolica, il 5-7% circa vada tra le altre confessioni religiose che hanno siglato accordi con lo Stato (vale a dire Unione delle Chiese metodiste e valdesi, Chiesa evangelica luterana in Italia, Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, Assemblee di Dio e Chiesa valdese, con queste ultime due che hanno scelto di non aderire al meccanismo di riparto delle scelte non espresse perché non si tratta di scelte manifeste da parte dei contribuenti) e il 10-13% allo Stato.  Quest'ultimo ha subito nell'ultimo quindicennio una contrazione delle assegnazioni di circa un terzo, anche se negli ultimissimi anni ha recuperato qualcosa.

Dove finiscono i soldi dello Stato
I soldi assegnati allo Stato possono essere destinati a scopi di interesse sociale o a carattere umanitario (come interventi contro la fame nel mondo), all'assistenza ai rifugiati, alle calamità naturali e al recupero dei beni culturali.

8.1.12

Rita Bernardini pubblica la sua busta paga da deputato: "Vi dico io come tagliarla"

Rita Bernardini con i cedolini parlamentari


La denuncia: "I collaboratori pagati in nero sono centinaia: devono essere pagati dall'Ente e non dal parlamentare. Inoltre giustificare tutte le spese."
Intervista pubblicata dal Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno (articolo di Francesco Ghidetti)
Rita Bernardini, esponente della pattuglia radicale eletta nelle liste del Pd a Montecitorio, ci mostra la sua busta paga (guarda PDF »). "Specifico subito. Non c’è ‘una’ busta paga. Ma treIl primo cedolino, inviato dal gruppo parlamentare, prende il nome di ‘Rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettore’. Il secondo è ‘l’Indennità’. Il terzo è la ‘Diaria’. Inoltre, ogni tre mesi arriva un altro cedolino di 3.323,27 euro per spese di viaggi e trasporti. Infine, ogni sei mesi ecco i 3.098,74 euro per le spese telefoniche". Scarica e guarda i cedolini (pdf) »
Lei quanto si mette in tasca pulito?"Non è un calcolo facile. Varia di mese in mese. Al mio partito verso mensilmente 5mila euro. Poi, ne spendo altri 1.200 per una consulenza e altri 800 per un contratto a progetto, ovviamente entrambi regolari".
In tutto ne prende 14mila, no?"Sì. Leviamo i settemila tra partito e contratti di consulenza e collaborazione. Poi ci sono i contributi extra, le iscrizioni e il discorso dei viaggi...".
Che non pagate."Sì, il trasporto. Ma quando si è fuori per visitare carceri come ho già fatto per almeno 180 volte, o per presenziare a un convegno, spesso si deve trovare un albergo e anche un posto dove mangiare... anche se noi radicali con gli scioperi della fame risparmiamo molto in tempo e denaro: tre cappuccini al giorno e non ci pensi più!".

7.1.12

Le illusioni del liberista Monti


Felice Roberto Pizzuti

Per Monti, lo Stato sociale è un lusso che non possiamo più permetterci. La storia insegna invece che è il presupposto per la crescita e la sua qualità.

Non tutti i commentatori sembrano averlo capito, ma Monti nella sua conferenza stampa di fine anno ha detto che non ci sarà una fase 2 qualitativamente diversa dalla prima. Al di là dei diversi nomi a esse assegnati, “salva Italia” alla prima e “cresci Italia” alla seconda (molto poco appropriati, come si vedrà), Monti
 ha puntigliosamente precisato che la triade composta in primo luogo dal rigore nei bilanci e poi da crescita ed equità continuerà a caratterizzare anche la prossima fase dell’azione governativa (potranno cambiare i pesi nella triade). Perché non ci siano dubbi sull’ordine di priorità e sulla concezione economica e politica del suo governo, Monti ha specificato che, ritenendo preminente perseverar e nel rigore di bilancio, saranno minime le risorse pubbliche per la crescita, la quale dovrà essere stimolata dalle misure volte a ottenere una maggiore ”equità”, intendendo con quest’ultima essenzialmente ciò che deriverà da una maggiore concorrenzialità dei mercati da ottenersi con le liberalizzazioni. Il ché chiarisce ulteriormente quali siano, per Monti, i rapporti di valore e causali tra rigore, crescita ed equità (intendendo quest’ultima nel senso sociale e distributivo proprio del termine): il primo è indispensabile per ottenere la seconda la quale, se ce n’è a sufficienza, potrà consentire la terza. Rispondendo a una domanda, Monti è stato esplicito: l’Europa e ancor più l’Italia non possono più permettersi le prestazioni sociali concesse nei periodi di maggiore crescita del passato (e per i futuri pensionati i tagli non sono finiti visto che la manovra già varata prevede una commissione che dovrà studiare il taglio dei contributi a favore delle imprese che ridurrà ulteriormente le pensioni).

Espropriazione per pubblica utilità


L'espropriazione per pubblica utilità è l'istituto giuridico in virtù del quale la pubblica amministrazione può, con un provvedimento, acquisire o far acquisire ad un altro soggetto, per esigenze di interesse pubblico, la proprietà o altro diritto reale su di un bene, indipendentemente dalla volontà del suo proprietario, previo pagamento di un indennizzo.
L'espropriazione è espressione del potere ablatorio che, in varia misura, tutti gli ordinamenti riconoscono alla pubblica amministrazione e che consente alla stessa di sacrificare l'interesse privato in vista di un superiore interesse pubblico (che, nel caso dell'espropriazione per pubblica utilità è solitamente - ma non esclusivamente - quello di realizzare un'opera pubblica).

Indice

L'espropriazione nell'ordinamento italiano
Il concetto di esproprio nella normativa italiana viene varie volte affrontato e modificato. Anche nel D.Lgsl. 267/2000 si parla di occupazione d'urgenza di immobili per la realizzazione di opere e lavori pubblici o di pubblico interesse (art. 121). La normativa fino al 2001, comunque, è stata sempre di difficile lettura e comprensione, la creazione di un testo unico è stata fondamentale importanza.

Crollo Unicredit: solo l'inizio. Governo nazionalizzi fondazioni

"Il crollo in Borsa di Unicredit potrebbe essere seguito, a breve, anche da altre banche come conseguenza dell'obbligo di ricapitalizzazione imposto agli istituti di credito italiani. Lo Stato, di fatto, ha già garantito il salvataggio delle banche italiane. A questo punto il governo, invece di nazionalizzare direttamente le banche, nazionalizzi, a costo zero, le fondazioni bancarie che le controllano. Sono soggetti privati solo per una discutibile sentenza della corte costituzionale. Si riprenda ciò che gli è stato sottratto con la finta liberalizzazione di Amato”. E' quanto dice, in una nota, Antonio Borghesi, vicepresidente dell'Italia dei Valori alla Camera.
“In questi anni – prosegue Borghesi - con una gestione politica locale, hanno gestito in modo discutibile il loro potere di controllo. Grazie ai poteri economici che vi sono installati per nomina di governi della Prima Repubblica, le fondazioni bancarie si sono trasformate in monarchie che, a costi sconosciuti, hanno permesso ad amministratori e manager fantastici compensi per un risultato che è sotto gli occhi di tutti. Penso ai 40 milioni di euro dati a Profumo per lasciarsi cacciare. O anche ai 50 milioni di stock options del ministro Passera (anche se ora ha venduto le azioni)”.
Ancora: “Lo Stato riprenda così il controllo del sistema bancario attraverso la nazionalizzazione delle fondazioni a costo zero, dato che già di fatto è lo Stato il garante dei debiti delle banche. Solo così – conclude Borghesi - si potranno ristabilire adeguate condizioni di esercizio salvaguardando gli azionisti stranieri e governando nuovamente il credito a favore delle imprese".

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Come ti cambio il mercato del lavoro italiano… con l’immigrazione!


di Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati

Nel nostro Paese, la crisi economica sta producendo effetti contraddittori nel mercato del lavoro: ad una drammatica caduta del tasso di occupazione degli italiani corrisponde una consistente crescita del tasso di occupazione dei lavoratori stranieri: in soli tre anni, gli immigrati che lavorano regolarmente sono aumentati del 40%, passando dal milione e mezzo del 2007 agli oltre 2'200’000 del 2010, occupati prevalentemente in aziende di piccole dimensioni del settore terziario, e per lo più inquadrati con la qualifica professionale di operaio.

Dalla sintesi del rapporto 2011 “L’immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive” a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: “In Italia, secondo i dati Istat, il bilancio nei due anni della crisi (2009-2010) indica una perdita di 554 mila posti di lavoro, […] ripartiti tra un calo degli occupati italiani pari a circa 863 mila unità (- 4%) ed una crescita dell’occupazione immigrata di 309 mila unità (+ 17.6%); occupazione immigrata che contribuisce in misura sempre più significativa all’occupazione complessiva (dal 7.5% del 2008 al 9.1% del 2010). Ai lavoratori stranieri in regola si aggiungono, secondo stime alquanto prudenziali della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), oltre 500’000 lavoratori stranieri utilizzati - in nero - prevalentemente in agricoltura, nell’edilizia e nel settore dei servizi.

Latouche: chi promette crescita produce debito e crisi


Serge Latouche

Penso che non c’è nessuna speranza, con l’euro, perché i tedeschi non rinunceranno mai a fare dell’euro una moneta della quale i cittadini non possono riappropriarsi. Loro vogliono che sia totalmente nelle mani della Bce, e che questa banca sia indipendente. In questo quadro non si può fare niente, non si può difendere il  tessuto industriale europeo perché l’Europa ha senso solo se si costruisce per proteggere i cittadini europei dalla concorrenza sfrenata del resto del mondo. Viviamo un’età da fine dell’Impero d’Occidente, ma la Cina oggi fa parte dell’Occidente e la fine dell’Occidente sarà anche la fine della Cina sotto questa forma: perché, quando nave affonda, anche se coloro che stanno sulla prua per un momento salgono in alto, finiscono poco dopo anche loro sott’acqua.
Alcuni economisti della felicità della decrescita hanno dimostrato che non c’è correlazione tra il Prodotto Interno Lordo e la Felicità. Al contrario, la New Economy Foundation ha stabilito un indice da cui sembra che i paesi con la felicità siano tra quelli considerati più poveri, come la Repubblica Domenicana. Al contrario, gli Usa sono al rango 150. E allora? Il debito non sarà mai pagato, non serve aiutare a pagare il debito: si deve cancellare il debito e partire verso un’altra direzione. Tutti gli economisti lo sanno da anni che questo debito che è diventato gigantesco non sarà mai pagato. Ma il problema è che siccome vogliono continuare con questa economia da casinò, si deve far finta che sia ancora credibile che sia pagato. E allora si deve “aiutare” i paesi a pagare: non il debito, ma gli interessi sul debito, per continuare a fare finta. Ma questo non può durare ancora per molto tempo.
Alcuni sostengono che conviene guidare una bancarotta, una sorta di modello Argentina? Ci sono molte esperienze di riconversione del debito. Anche recentemente l’Ecuador ha deciso di fare un audit e di pagare solo il 40-50% considerato come un debito giusto, giustificato, e penso che è sia la prima cosa da fare. Nella storia ci sono tantissimi casi di bancarotta, già da Carlo V nel ‘500. E’ la condizione per risanare l’economia e risanare la società. Un cambiamento radicale di sistema: perché il nostro attuale è basato sulla accumulazione illimitata per “la crescita che deve far crescere”, non per soddisfare i bisogni, perché prima di tutto si deve far crescere all’infinito i bisogni per giustificare la produzione illimitata e il consumo illimitato. Si dovrà produrre meno, ma produrre meglio. E soprattutto eliminare lo spreco incredibile che ne deriva.
Non uso mai la parola decrescita per parlare di recessione, che al massimo si può dire che è una decrescita forzata. La decrescita non è la “crescita negativa”, che in una società basata sulla crescita è la cosa più terribile al mondo perché fa aumentare la disoccupazione, non ci sono più le risorse per pagare la salute, l’educazione, la cultura. Questa è appunto la situazione tragica che viviamo oggi. Per questo dico sempre che non c’è niente di peggio di una “società di crescita” senza crescita. La società di crescita con la crescita all’infinito ci porta direttamente a fracassarci contro “il muro” dei limiti del pianeta: la società di crescita senza crescita porta alla disperazione.
Per questo dobbiamo uscire da questa logica. Non è una cosa facile: non si farà senza lacrime, sangue e sudore. Ma sangue, sudore e le lacrime le abbiamo già oggi, e abbiamo anche perso la speranza. Almeno, il progetto di decrescita può creare la speranza e andare verso una società di prosperità senza crescita: una società di abbondanza frugale.
(Serge Latouche, recenti dichiarazioni su crisi, debito e crescita, richiamate da Claudio Giorno nell’intervento “Recessione non è decrescita”, pubblicato il 31 dicembre 2011 sul blog “Democraziakmzero”).
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5.1.12

STIPENDI D'ORO AL SENATO, STENOGRAFO GUADAGNA QUANTO IL RE DI SPAGNA


Mercoledì 04 Gennaio 2012 - 12:38
ROMA - Uno stipendio da re. Ma lui non è né un re né un imperatore, e nemmeno un magnate della finanza, né un manager, né un capo di Stato, ma soltanto uno stenografo. Sembra una barzelletta, ma non lo è: a rivelare la curiosa storia dello stipendio d'oro di uno stenografo del Senato, i soliti Stella e Rizzo del Corriere della Sera, che hanno scoperto come ci siano dipendenti delle Camere che godono di stipendi e privilegi quasi pari a quelli dei parlamentari.
In particolare, i due autori del libro cult La Casta parlano di uno stenografo di Palazzo Madama, che "al massimo livello retributivo arriva a sfiorare uno stipendio lordo di 290mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone", 50mila più di quanto guadagna Napolitano (239.181 euro, sempre lordi). Assurdi automatismi che portano a retribuzioni fuori da ogni logica: un commesso o un barbiere possono arrivare a guadagnare 160mila euro, un segretario 256mila, un consigliere 417mila, un coadiutore 192mila, ai quali bisogna comunque aggiungere, come se non bastasse, anche le indennità: ad esempio, un capo commesso alla Camera ha diritto ad un supplemento mensile di 652 euro lordi (718 al Senato), e via discorrendo. Insomma, cifre che farebbero infuriare qualsiasi popolo, e che giustificano pienamente la rabbia anti-casta che sta montando in Italia negli ultimi mesi. Soprattutto in un periodo come questo, in cui in nome della salvezza del Paese, si chiedono sacrifici sempre ai soliti noti.

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MICHELE BOATO SPIEGA IL PAT DI VENEZIA

 


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NESSUN FUTURO PER QUESTO MODELLO ECONOMICO



Di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio


Ridurre gli sprechi, coibentare degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.

Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi, si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia, ad esempio, è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del Pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.

Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori.

Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana.

Perché la portata della crisi in atto è storica e non congiunturale. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato, ma deve essere sostituito.

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