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21 novembre 2010

INDUSTRIA OBBLIGATA A RIDURRE IL SALE NEI CIBI

La restrizione obbligatoria del contenuto di sale nei cibi lavorati dall'industria alimentare può alleggerire il peso costituito dalle patologie legate a un elevato consumo di sale, determinando un "guadagno di salute" circa 20 volte superiore rispetto alle iniziative mirate a un minore apporto su base volontaria. Concentrare l'intervento sui produttori di cibi, inoltre, è meno costoso per un Governo rispetto al varo di campagne con consigli dietetici diretti alla popolazione. A sostenere queste tesi sono Linda J. Cobiac, Theo Vos e J. Lennert Veerman, della school of Population health presso la university of Queensland a Herston (Australia). Gli autori sono arrivati a queste conclusioni dopo aver analizzato un'iniziativa messa in atto in Australia, il Tick program, con la quale si incoraggiava l'industria alimentare a marchiare con un logo i prodotti con moderato quantitativo di sale (fino a 400 mg/100 g), ipotizzando che ciò avrebbe favorito le vendite. Sono stati quindi paragonati i benefici clinici ed economici di questo programma volontario con quelli calcolati da un modello disegnato per prevedere gli outcome raggiungibili con una vasta legislazione australiana in materia (nello specifico, limitandosi a considerare pane, margarina e cereali). I risultati hanno dimostrato che la popolazione australiana potrebbe guadagnare 610mila anni di vita liberi da malattia (Daly) grazie alla riduzione obbligatoria nazionale del consumo di sale fino a un massimo di 6 g/die. Gli autori sottolineano, inoltre, che spesso la gente non si accorge della riduzione del sale dei cibi; nel pane, per esempio, non è avvertita fino a quote del 20%. http://www.doctornews.it/
 
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