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10 gennaio 2013

CAMBIARE SI PUO’ assemblea di Milano, 9 gennaio 2013 -- n. 2


Ritengo utile tornare sulle mie osservazioni in merito all’assemblea di CAMBIARE SI PUO’ di Milano del 9 gennaio scorso, sperando essere in grado di chiarire il mio pensiero, a chi potesse interessare.

1 - La necessità della costruzione di un nuovo soggetto nazionale che sappia riprogettare la politica sulla base anche della democrazia partecipativa, che sappia attrarre e sviluppare la voglia di essere soggetti politicamente attivi per arginare la deriva politica e la profonda crisi sociale ed economica del paese è vitale, non posto da me in discussione e non da oggi.

2 - Che tale soggetto debba essere un polo di sinistra aperto, attualmente non rappresentato; che non dimentichi che lo stato è classista; fermamente in opposizione alla gestione finanziaria dello Stato, anti liberista, che non abbia mano di velluto con con i poteri forti e gli accentratori di ricchezza – i pochi – e pugno di ferro con i lavoratori, pensionati, studenti, disoccupati – la maggioranza del paese – sacrificati nelle loro condizioni di vita, dignità, futuro e diritti, sull’altare di una visione dell’economia e della finanza volta alla gestione dei paesi, al massimo profitti senza se e senza ma è indispensabile ora più che mai.

Necessità rafforzata anche dalla fiducia nei partiti ridotta al 4 %, che produce populismo e qualunquismo, premesse necessarie all’erosione della democrazia e dei diritti come in atto; tante energie vitali di movimenti, comitati e associazioni che troppo spesso come nebulose, nascono e svaniscono lasciando dietro di sé forse un senso di impotenza e impossibilità del cambiamento e di generazione in generazione si ricomincia da capo, tranne rarissimi casi come il Movimento NoTav.
Certo è la natura stessa dei movimenti che non sono, appunto, un partito. E’ per questo che ho votato sì alla creazione di una lista comune, candidato premier Antonio Ingroia con l’inserimento dei segretari politici di Idv, Comunisti italiani, Verdi e Rifondazione comunista.
Con la puzza sotto il naso, ma ho votato sì, pertanto non discuto di presenze incongruenti, ne tengo conto e vado oltre, altrimenti avrei votato no.
Credo che una rappresentanza parlamentare sia necessaria per quanto esposto sinteticamente sopra, pertanto non sono dell’idea che possiamo saltare una legislatura e riparlarne tra 5 anni stante la gravità della situazione.

3 - Il percorso di “Cambiare si può”non è certo semplice o lineare o privo di possibilità e imprevisti, lo abbiamo visto o pagato sulla nostra pelle nei tentativi passati, Sinistra Arcobaleno o Federazione della Sinistra.
Qualcosa forse è cambiato oggi rispetto allora? Il contesto sociale sì e in peggio.
Noi siamo cambiati? Spero di sì e in meglio.
Questo significa che oggi è possibile questo percorso ? lo spero e lo sapremo essendoci.

4 – Per tutti questi motivi ed altro ancora è indispensabile che gli strumenti democratici siano i più estesi e trasparenti possibili soprattutto sui processi decisionali, anche attraverso gli strumenti della democrazia partecipativa.
E’ indispensabile il massimo sforzo di tutti perché non vi siano dubbi sulle scelte che faremo in futuro, che non vi siano due o più versioni degli stessi fatti come avviene, che vi sia la massima possibilità di conoscere e condividere perché questo vuol dire “siamo insieme”, gli strumenti li abbiano, ma non li usiamo. Perché?

5 – Tornando alla mia nota iniziale, sarebbe stato sufficiente chiarire che nuove proposte di candidature non pervenute per via telematica e non corrispondenti ai criteri indicati non sarebbero state accettate. Chiarificazione semplice, ma mancata.
Per quanto riguarda la votazione assembleare sulle candidature l’obiezione ricevuta è che tale metodo avrebbe posto il problema di possibili vincitori non corrispondenti ad una equa ripartizione nelle rappresentanze che hanno portato alla proposta di “Cambiare si può”.
Tale corretta preoccupazione si sarebbe potuta superare dividendo le liste dei candidati per appartenenza e formando l’elenco finale alternando le appartenenze sulla base di genere e delle preferenze ricevute. Il processo avrebbe potuto essere sviluppato per via telematica così come è avvenuto per la raccolta delle candidature.
Si sarebbe avuta così un’unica e chiara soluzione evitato così ogni possibile perplessità e molteplicità di versioni, certo spiacevoli e non costruttive, si sarebbe coinvolto il maggior numero possibile di persone nel processo decisionale, si sarebbe concretizzato un ulteriore passo verso il cambiamento, la partecipazione e il senso di appartenenza ad un percorso condiviso.
Certo, la mozione approvata alla precedente assemblea prevedeva la delega alla presidenza delle decisioni, soluzione coerente con vecchi percorsi e strade note che ripropongono noti dubbi.

Forse più coraggio nel cambiamento sarebbe necessario e ognuno ha le sue responsabilità.

Luciana P. Pellegreffi

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