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15 dicembre 2010

INTERNET: L'ASSALTO AL CIELO DEL WEB STRANIERO

di Simone Pieranni
Alcuni stranieri impegnati in una discussione su un popolare social network notavano tempo fa strani fenomeni a margine di un articolo apparso online su un media cinese in lingua inglese: dopo alcune critiche al governo espresse dagli utenti, i commenti in calce al pezzo diventavano via via sempre più astiosi nei confronti degli occidentali, finendo per sotterrare le prime critiche mosse alla Cina sotto una coltre di opinioni favorevoli. Non è un caso, in realtà: si tratta di un piccolo esempio di una manovra più complessa, attraverso la quale la Cina imbastisce le proprie trame propagandistiche, in casa come all’estero. E’ un sistema in cui anche i minimi particolari vengono tenuti in somma considerazione. A cominciare dal fatto che il media in questione era organico al Partito…
La meta propaganda
Censurare online la propria propaganda, come in questo caso, è un piccolo capolavoro cinese, un’opera d’arte multimediale che viene da lontano. Dopo anni di persuasione con gli strumenti classici, anche in Cina arrivò Internet. I cinesi lo hanno esaminato, studiato e scrutato, capendo come piegare le sue caratteristiche alla necessità di tenere i propri utenti avvinghiati agli ideali d’armonia e rispetto della classe dirigente e di imporre, anche al di fuori dei propri confini, l’immagine prestabilita della nazione. Hanno capito che non si trattava di un medium come gli altri, dove si poteva procedere solo a colpi di controllo centralizzato e hanno cominciato a ragionare in modo sofisticato su come utilizzare i mezzi online sia all’interno che in riferimento all’ambito internazionale. Il 29 aprile scorso Wang Chen, funzionario incaricato di gestire la propaganda all’estero, ha tenuto presso il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale Popolare un discorso dal titolo Concerning the Development and Management of Our Country’s Internet. Si trattava di un bilancio degli sforzi di persuasione sul web, con alcune traiettorie per future strategie focalizzate sui media internazionali: «la nostra capacità – ha detto – di disseminare informazione nel mondo fuori dalla Cina è aumentata enormemente. Sono nati nell’ultimo periodo 44 nuovi siti d’informazione in lingua straniera.
Questi canali cinesi in lingua straniera stanno diventando un importante strumento per contrastare l’egemonia dei media occidentali, sostenendo la cultura del nostro Paese ed il nostro soft power». Da notare che, forse anche per il tono troppo diretto, questo intervento è stato a sua volta censurato e presto sostituito online da un altro “armonizzato”. Ma proprio questo lo rende ancora più interessante soprattutto dove si vanta dei successi della fabbrica del consenso made in Cina: «Sotto la leadership del Partito abbiamo organizzato iniziative per guidare la pubblica opinione  in riferimento ad eventi importanti del Paese, inclusi gli incidenti di Lhasa di due anni fa, quelli di Urumqi dell’anno scorso, i terremoti e le riforme del welfare. Questi sforzi hanno provveduto a consolidare e rafforzare il supporto dell’opinione pubblica, salvaguardando i nostri interessi nazionali. Il nostro scopo è creare un fronte favorevole nell’opinione pubblica mondiale online».
Metodi ed ambiti
Nella pratica però, come agisce la propaganda virtuale del Partito in riferimento agli eventi esterni? Utilizzando diversi fattori: da un lato diffondendo il più possibile i propri canali mediatici all’estero, rafforzando i propri siti Internet in lingua straniera, cercando di imporre la propria visione di eventi interni al resto del mondo (riuscendoci, vedremo come); dall’altro allenando i cinesi ad un fronte unito contro l’estero, usando incentivi e fomentando il già presente nazionalismo, in modo che ogni singolo cinese, nel momento in cui si trova di fronte ad una discussione in inglese, ad esempio su un forum di un media straniero, sappia esattamente cosa dire e cosa fare, riportando le parole precise che avrebbe potuto esprimere il proprio governo. Un esempio. Due anni fa ad Urumqi, in Xinjiang, scoppiarono violenti scontri tra uighuri, etnia musulmana, ed han, la principale etnia cinese. La CCTV, attraverso anche la Xinhua ed altre agenzie di stampa locali, con un video di 3 minuti convinse tutta la popolazione circa gli eventi: violenti uighuri avevano attaccato gli han. La sorpresa fu quella di ritrovare i media stranieri a riportare immagini e notizie ufficiali cinesi, senza chiedersi, questa volta, dell’attendibilità o meno delle informazioni.
Tutto il mondo pensò di assistere ad una clamorosa rivolta degli uighuri, assetati di sangue han, senza chiedersi perché, per quale motivo si fosse arrivati a quegli eventi. Un risultato di anni di sforzi, conclamati nell’epoca di Internet: nel 1997 l’Ufficio della Propaganda stabilì che alcuni media cinesi online si dovessero specializzare nelle informazioni da fornire via web all’estero. Venne identificato lo scheletro di questa manovra nel Giornale del Popolo, nell’agenzia Xinhua (che Mao nel 1955 invitò a «mettere il mondo sotto il proprio controllo»), nella China Radio International e nel China Daily, quotidiano in lingua inglese. Ben presto questi media divennero il centro delle informazioni cinesi sul web, raggiungendo testate straniere decisamente influenti. Già nel 2001 erano parecchie le voci estere «abbonate» al flusso online d’informazione cinese: ogni giorno ribattevano i lanci via web della propaganda cinese la Reuters, Financial Times, Dow Jones, Datatimes, Asia Information, Channel NewsAsia e altri. Oggi, sono molti di più.
«Un nuovo schema di guida dell’opinione pubblica»
Da un lato flusso d’informazioni su quanto accade nel proprio Paese, dall’altro necessità di formare i cinesi attraverso i consueti esercizi di ginnastica dell’obbedienza, preparandoli a fronteggiare anche retoricamente i laowai, gli stranieri, che mettono il becco negli affari interni della Repubblica Popolare. Risale al 2006 il documento dell’ufficio della Propaganda della provincia dell’Anhui in cui veniva messa, nero su bianco, l’assunzione di «commentatori» con il ruolo di arginare proteste, pagati circa 600 RMB al mese e con un incentivo di 50 centesimi di RMB per ogni commento postato. Era l’inizio dell’esercito dei 50 cents, come viene definito in Cina: persone pagate per indirizzare i dibattiti online inizialmente sui siti cinesi, ma ormai anche su quelli stranieri.
La selezione è molto precisa: i candidati devono avere la fiducia del partito e dimostrarsi pronti a soccorrerlo, anche se purtroppo i dati numerici sulle dimensioni dell’esercito non sono altrettanto minuziosi. Secondo alcuni sarebbero circa 300 mila, ma specie dopo le parole del presidente Hu Jintao, che ha definito i soldati dei 50 cents come un «nuovo schema di guida dell’opinione pubblica», fioriscono i volontari. E sono loro, più di quelli pagati, a sfruttare ormai in modo completo anche le potenzialità del web 2.0, sia inserendosi nei forum stranieri, sia sfruttando le proprie competenze tecniche per modificare le graduatorie dei motori di ricerca stranieri, spingendo in alto i risultati di ricerca più favorevoli alla Cina, cercando di ovviare alla comunicazione spesso critica nei confronti della Terra di Mezzo. E’ uno scatto in piena comprensione della nuova rete composta dai pareri degli utenti, in cui una parola di un commento, un tweet, un post su un blog, assume ormai un’importanza fondamentale nel concetto di web partecipato occidentale. Senza tenere presente che, con oltre 400 milioni di utenti, le risorse «militari» appaiono infinite. E l’assalto al cielo del web straniero sembra appena cominciato.
Articolo pubblicato originariamente su il manifesto / Alias il 18 settembre 2010


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