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14 febbraio 2012

QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO. INTERVISTA AL PROF. GIUSEPPE CARLO MARINO


 GIUSEPPE CARLO MARINO
                           
A QUANTI HANNO TEMPO E PAZIENZA DI LEGGERE, PER UNA RIFLESSIONE SUI LIMITI E SUGLI INGANNI DEL c.d. "RIFORMISMO"
 Diacronie Studi di Storia contemporanea
Numero 9, Gennaio 2012 “QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO.
Le sinistre europee nell’”età dell’oro” del capitalismo” 
Intervista a cura di Luca Bufarale e Fausto Pietrancosta
  1. Che giudizio ritiene di dare sul periodo definito dalla storiografia francese les trente glorieuses, il trentennio 1945-1973, dal secondo dopoguerra ai prodromi della grande crisi economica degli anni settanta? Quale analisi si sente di fare sugli aspetti e le caratteristiche che hanno contribuito a definire quegli anni e il rapporto con l’epoca attuale?
Trente  glorieuses  o la più celebre definizione di Eric Hobsbawm “l’età dell’oro”? E’ lo stesso. Se una siffatta periodizzazione ha la sua base nell’economia (così come la domanda opportunamente suggerisce), occorrerebbe andare indietro fino agli anni Trenta e da lì, in particolare dalla seconda fase del New Deal, procedere in avanti seguendo lo svolgimento di un ciclo unitario delle trasformazioni del capitalismo segnato dal fordismo e dal keynesismo. Il tutto, pur con  assai numerose varianti  territoriali (ovvero “nazionali”), sulle linee dinamiche di una società di massa nella quale si sarebbe sempre più intensificata una proficua dialettica produzione-consumo che richiedeva un rigoroso controllo pubblico sulla moneta e sulle attività finanziarie, un’organica  composizione (mediante un meccanismo  di “concertazione” nei rapporti tra capitale e lavoro) del conflitto sociale e  salari crescenti, nonché l’imposizione di regole e vincoli ad un mercato regolato e razionalizzato dalla politica mediante un’opportuna legislazione. La stesso dramma del ’29,  estesosi dagli Usa all’Europa con effetti assai larghi nel mondo intero, aveva dettato la sua lezione, raccolta dal  presidente Franklin Delano Roosevelt dopo il quadriennio  fallimentare  del suo predecessore Erbert Clark  Hoover: il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere ad una sorte che sembrava a molti ormai segnata, soltanto trasformandosi in un sistema idoneo a produrre uno sviluppo crescente stimolato dai consumi, a loro volta alimentati da un processo di redistribuzione sociale dei profitti e della ricchezza. In altri termini, un superamento del liberismo e l’impianto di un sistema che, al di là della stessa liberal-democrazia, potrebbe, in senso lato, dirsi “socialdemocratico”.  La sua concretizzazione in Europa sarebbe avvenuta nei termini di una progressiva affermazione ed estensione dello “Stato sociale” (con esiti persino più avanzati  dell’Opulenty Society  statunitense, ma  sullo sfondo paradigmatico  dell’american way of life),  a partire dal secondo dopoguerra, una volta travolta la variante autoritario-reazionaria della risposta alla crisi del ’29  tentata dai fascismi (che pure, a loro modo – va riconosciuto – si erano mossi verso un’atipica forma totalitaria di “Stato sociale”). Dalla parte opposta al capitalismo, si sarebbe svolta, con una forza propulsiva decrescente, la grande sperimentazione del “socialismo reale” nata dalla rivoluzione d’ottobre.   Nel complesso, un itinerario unico −seppure un quadro molto variegato non uniforme e con molte contraddizioni −  segnò  quelle epocali  trasformazioni del capitalismo che, in Occidente, nell’area euro-atlantica,  andarono a sfociare nella prodigiosa stabilizzazione del “trentennio glorioso”. Per alcuni anni di quel trentennio i riferimenti “alti” di un’inedita espansione sociale del benessere e della ricchezza  sarebbero state la Gran Bretagna laburista e soprattutto le socialdemocrazie nordiche del  Continente.  Il nostro Paese, del resto come  la Germania,  fece il suo ingresso più tardi nell’eldorado: nei primi anni Sessanta, dopo la ricostruzione degli anni di De Gasperi e sotto la spinta radicalmente innovatrice del “miracolo economico”. Personalmente ricordo – ne ho scritto con una certa enfasi nostalgica nel mio Biografia del Sessantotto (Bompiani, 2005) che vissi  quel senso liberatorio di partecipazione ad una vita di colpo fattasi ottimistica e solare (dopo le plumbee caligini degli anni Cinquanta) ad apertura di quel decennio, mentre si  stava aprendo la stagione  del “centro-sinistra”: si discuteva, con speranza, di “riforme strutturali”, di  “programmazione economica”, di piena occupazione, di liquidazione della “questione meridionale”, di emancipazione femminile, di diritti alla salute, allo studio, alla casa, al salario garantito, nello slancio del “primato” riconosciuto alla politica  e  nella rivendicazione collettiva dei  progressi conseguibili con la  socialità, al segno dell’ uguaglianza e della  giustizia sociale, tra fabbriche in espansione e decine di migliaia di cantieri aperti  che stavano rinnovando il volto stesso del Paese. Un tempo favoloso per me. Figuriamoci per i precari e per i  giovani di  oggi!

Mi si chiede adesso: quale rapporto c’è tra quel passato e i nostri tempi? Non parlerei  di un rapporto. Registrerei, piuttosto, una drastica rottura. Se fossi uno dei classici laudatores temporis acti,  guardando all’economia e agli attuali  diktat del capitalismo finanziario  sulla politica, direi di avere a che fare  non proprio con  una di quelle rotture che innovano la storia, bensì  con una sorta  di ” rottura regressiva” (il ritorno al liberismo e alla conseguenti privatizzazioni in ogni campo, il primato dell’individualismo rampante sulla socialità, la precarizzazione del lavoro, lo smantellamento dello “Stato sociale”) che viene capziosamente presentata e perseguita anche  nelle forme vaghe e indeterminate, e francamente non poco  ingannatrici,  del cosiddetto  “riformismo” . Ma non coltivo  inclinazioni  al rimpianto. E prendo atto del fatto che è cominciata da tempo, almeno a partire dagli anni Ottanta, una nuova fase storica che condurrà le generazioni molto lontano, al di là dei vecchi traguardi della  rivoluzione industriale. Solo che, com’è del tutto ovvio, ancora non sappiamo bene   dove  e   con quali effetti per  il mondo.
  1. Cosa ci può dire in generale circa lo stato delle sinistre europee negli anni cinquanta e sessanta nei diversi contesti nazionali?  È possibile innanzitutto fare alcune generalizzazioni? Quali sono a suo avviso le differenze più significative tra le sinistre dei vari paesi?
Dovremmo intenderci sul concetto di “sinistra”. Il che non è proprio facile. Un punto di possibile accordo su un tracciato argomentativo  già indicato da Norberto Bobbio potrebbe essere questo: chi è di sinistra non si accontenta della realtà data, così com’è e si presenta, ma vuole andare oltre: vuole “cambiare” con l’obiettivo di realizzare le condizioni per un avanzamento delle libertà democratiche verso esiti  di  eguaglianza sociale. E’ implicita nella vocazione al cambiare per “avanzare” quell’idea  di origine settecentesca (che, a pensarci  bene, potrebbe essere soltanto utopica)  che è l’idea del “progresso” cui si associa quella di giustizia sociale. Ammesso che abbia un senso concreto la parola “progredire”, va comunque chiarito se per  progresso si intende rendere migliore l’esistente o costruirne un altro diverso, nel senso di opposto e di radicalmente alternativo. Il chiarimento approda, pertanto, ad una netta differenziazione (che è anche un conflitto inevitabile) tra una “sinistra migliorista” detta comunemente socialdemocratica  e una sinistra antisistema ovvero antagonista, normalmente rappresentata dai partiti comunisti. La guerra fredda avrebbe reso assai drammatica  la contrapposizione, essendo le due parti schierate su  opposti fronti internazionali, con un riferimento fisso per quella “migliorista” (gli Usa) e con un altro ad apertura variabile (l’Urss, ma anche la Cina e il Terzo mondo) per quella antagonista.  A marcare chiaramente la contrapposizione sarebbe stata addirittura la ricostituita Internazionale socialista, organo, piuttosto che di elaborazione strategica, di mera “rappresentanza” di un socialismo che altra prospettiva in concreto non si poneva se non quella di conseguire una gestione più equa e il più possibile “egualitaria” del sistema capitalistico.  Per un socialismo di tal genere si era reso quasi naturale un distanziamento dalle  fonti marxiste della sua dottrina e della sua elaborazione politica – a partire dal  precoce dettato del  “revisionismo” già  sviluppatosi nella  II Internazionale, involutosi   nel definitivo abbandono del marxismo del programma di Bad Godesberg della SPD tedesca  (1959; poi Berliner Program  del 1989) −  culminato in una dura contrapposizione con i comunisti.  Per  i comunisti, i socialdemocratici − assestati com’erano sulla frontiera di un cosiddetto “riformismo” (ideologicamente neutro e comunque  non marxista se non antimarxista) −  ben più che avversari, sarebbero stati addirittura dei nemici: una specie di sindacato giallo al servizio del padronato ovvero della “reazione”, come si usava dire.  Questo, non soltanto nel periodo tra le due guerre. Ma anche molto dopo. Ricordo personalmente (il che può oggi riuscire non poco sorprendente ai giovani  e agli stessi  membri di formazioni politiche che si dicono di sinistra in quanto vantano progetti “riformisti”)  che ancora negli anni settanta-ottanta del secolo scorso per un comunista dire a un qualsiasi avversario “sei un socialdemocratico”  equivaleva a lanciargli contro un’offesa con un misto di  irrisione e di disprezzo!
  1. Da un lato la fase espansiva del capitalismo seguita alla ricostruzione postbellica, dall’altro i mutamenti sociali e culturali indotti dall’avvento dei fenomeni caratteristici della società di massa. E ancora: le politiche di welfare, la nazionalizzazione dei settori chiave della produzione, la programmazione economica. Come si sono rapportate le sinistre europee ai processi economici in atto nell’arco del trentennio 1945-1973 e come hanno influenzato le dinamiche sociali che ne sono conseguite?
La domanda ben periodizza la questione, appunto nell’arco 1945-1973. Infatti, dopo – con i primi segnali di “sofferenza” del sistema neocapitalistico  nato dalle riforme keynesiane, poi cresciuti fino a rendere diffuso nelle stesse socialdemocrazie  più strutturate e avanzate del Nord Europa l’allarme per l’insostenibilità dello “Stato sociale” (la “crisi fiscale dello Stato” denunziata da James O’Connor) − si sarebbe evidenziata un po’ ovunque, in Europa,  la crisi delle politiche di welfare. In quel  trentennio, erano state soprattutto le sinistre (quelle “miglioriste” o  socialdemocratiche che i comunisti  stigmatizzavano in quanto  e perché funzionali alla salvaguardia e allo sviluppo del capitalismo)  le protagoniste della grande trasformazione che aveva fatto della società di massa la “società dei consumi”.  Soprattutto in Svezia e in Danimarca, ma anche in Germania con la SPD, ben più che “influenzare le dinamiche sociali”, sono state determinanti: quelle dinamiche sociali le hanno tout court  lanciate e guidate nel loro svolgimento, favorendo una distribuzione sociale della ricchezza collettiva nella forma di una piuttosto larga ed evidente  “socializzazione dei profitti”. Il che, come ben sappiano (e come rilevavano , già allora, da opposti punti di vista, sia  le sinistre antagoniste, sia le destre liberali) non  senza  produrre o accentuare altre contraddizioni. Per le sinistre antagoniste, quel processo non rimuoveva affatto  le radici  delle ingiustizie sociali e soltanto  ne mistificava la “gestione strumentale” da parte del sistema capitalistico alienando la coscienza di classe del proletariato,  subdolamente acquietando il conflitto sociale nella gara per il “benessere” e nel conseguente consumismo funzionale ai profitti, sì  da fare dell’ Europa occidentale un’area di privilegio neoimperialistico (in associazione subalterna con gli Usa),  costruita sullo sfruttamento dei tre quarti del pianeta che ne restava ai margini o esclusa; per le destre liberali, di contro,  si trattava di una dissennata  affermazione dello statalismo ai danni dell’iniziativa privata e delle libertà del mercato  di cui lo Stato stesso avrebbe pagato presto le conseguenze in termini di un insostenibile indebitamento pubblico e la società in termini di inflazione, di disinteresse per il lavoro produttivo e di progressivo esaurimento delle capacità di ulteriore crescita economica (tutto il repertorio delle critiche avanzate dai liberisti della Scuola di Chicago). Scontato  che sia la sinistra antagonista che le destre liberali   avessero, come avevano, dei buoni argomenti ai quali affidarsi per avanzare le loro critiche, resta il fatto che le politiche socialdemocratiche determinarono un vero  e proprio salto di qualità nel sistema capitalistico di cui per lungo tempo le masse popolari (soprattutto in virtù del full-employment  e dei salari crescenti)  avrebbero avvertito più i vantaggi immediati che le persistenti contraddizioni, nonché gli effetti perversi e i  limiti di prospettiva.  Di quest’ultimi (gli effetti perversi e i limiti di prospettiva) le sinistre europee, sia  quelle socialdemocratiche che quelle antagonistiche,  si  sarebbero accorte con non poco ritardo per quel che riguarda le conseguenze dello sviluppo sull’ambiente naturale della vita organizzata: questioni, poi, sollevate con crescente allarme, dai Verdi.
Nel contempo, con un crescendo dopo gli anni ottanta, la sinistra socialdemocratica avrebbe vissuto  la lunga ed irreversibile  agonia del suo progetto  all’interno del sistema, a causa della “crisi fiscale”  denunziata e studiata da O’Connor: sarebbe, infatti, venuta meno la  possibilità di operare, tramite lo Stato, per la redistribuzione dei profitti.
  1. In che modo la coscienza antifascista e la consapevolezza delle conquiste democratiche raggiunte hanno condizionato l’azione delle sinistre europee?
In un modo determinante, almeno fino al Sessantotto. Essere di sinistra ed essere antifascisti era la stessa cosa, sia per i “miglioristi” che per gli antagonisti. Il che, ovviamente, non significa  affatto che poi le due parti  avessero modalità similari e concordi  per dirsi  “democratiche” o “socialiste”. Il più forte legame con l’antifascismo (un legame, che direi quasi costitutivo della loro stessa ragione storico-politica) lo si registra per il PCF e per il PCI. E, certo, non soltanto in conseguenza del ruolo decisivo svolto dall’Urss e dall’Armata rossa nella guerra contro il nazifascismo. Ma per i compiti  di cui quei due partiti si erano ben più degli altri investiti nelle rispettive Resistenze nazionali. Si pensi alla Francia: lì la bandiera della Resistenza fu  inalberata da  De Gaulle, ma senza i comunisti il generale non avrebbe fatto molta strada e non avrebbe poi potuto  vantare alcun successo.  E, in Italia, senza i comunisti non sarebbe mai nata una Resistenza degna del suo nome e non si sarebbe mai sviluppata una vittoriosa guerra di liberazione.
  1. L’integrazione europea e la tensione tra i blocchi, sono stati due nodi che hanno costituito un’occasione di confronto e di scontro tra le varie anime della sinistra. Quali punti di contatto o di differenziazione hanno prodotto il processo di costruzione della Comunità Europea e la contestuale rilettura della recente storia del continente sui partiti, sulle classi dirigenti e sull’opinione pubblica di sinistra in Europa?
Al confronto e ai motivi di scontro, riferibili anche al quadro della guerra fredda,  ho  già  accennato. Per quanto riguarda il processo di integrazione europea, era scontato che la sinistra antagonistica vi scorgesse il pericolo di una  specie di “normalizzazione geopolitica” a  consolidamento, in Europa, dell’”impero americano” nell’orbita atlantista della Nato.  Non a caso i comunisti francesi (pur con tutto il loro noto, tenacissimo legame con l’Urss  e il “socialismo reale”) furono per molti versi, e paradossalmente,  in sintonia con il  generale De Gaulle che della Nato e  dell’“impero americano” (nonché di una certa Europa) era un convinto  avversario.  Tuttavia, anche se è vero che una parte rilevante nell’attivazione dei processi di integrazione europea spettò principalmente al ceto politico del cattolicesimo democratico, tutte le sinistre (compresa quelle comuniste) entrarono in tempi diversi nell’orbita delle iniziative concrete per l’unificazione europea su un filo comune costituito dalla tradizione pacifista e internazionalista  del movimento  operaio: un filo  − al quale si annodavano, in Italia, anche quelli della tradizione  mazziniana (si pensi in particolare ,  al precoce orientamento europeista della  sinistra rosselliana e  azionista ) − che, avvolgendo in vario grado tutte le forme organizzate di coscienza democratica,  non poteva non coinvolgere, a maggior ragione,  tutti i più vari richiami al socialismo. Con la costruzione dell’Europa era in gioco, per le socialdemocrazie, sia la fine definitiva  del cosiddetto “pericolo tedesco” per la pace, sia  l’avvenire di una pacifica espansione e condivisione dei sempre più incerti vantaggi offerti alle masse dal “capitalismo sociale”. Mentre, poi, nell’inedita, assai originale costruzione ideale dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, l’europeismo sarebbe stato indicato come strada maestra per realizzare una “democrazia reale” (e quindi  un’autentica società  socialista)  al di là del capitalismo e della subalternità al capitalismo dei partiti socialdemocratici. Naturalmente, sugli orientamenti berlingueriani influiva molto la peculiare lezione di Gramsci sulle esigenze tattico-strategiche della cosiddetta “guerra di posizione” come fase preliminare e necessaria per il cambiamento rivoluzionario in aree di capitalismo maturo quali erano certamente quelle dell’Europa occidentale.
  1. Quale influenza hanno avuto i movimenti anticolonialisti e le rivoluzioni in Asia, Africa e America Latina (rivoluzione cinese, rivoluzione cubana, guerra del Viet Nam, lotte di liberazione nelle colonie portoghesi etc.) nel dibattito all’interno delle sinistre europee e nella ridefinizione del concetto di imperialismo? A suo avviso la seconda metà degli anni settanta, con la crisi dei movimenti di liberazione e la loro degenerazione in regimi burocratico-autoritari, ha costituito una frattura importante nella visione che le sinistre europee avevano del “Terzo Mondo” e delle sue possibilità di emancipazione?
Un’influenza  assai rilevante  nel dibattito della sinistre di formazione e tradizione comuniste. Addirittura, in tale orbita,  provocarono, negli anni  sessanta (con esiti destinati ad approfondirsi negli anni successivi), una frattura che, in Italia, fu quella tra  “Potere operaio” e “Lotta Continua”, determinata  dal contrapposto giudizio sulla natura del potere sovietico, sulla funzione internazionale dell’Urss e persino su Lenin e sul leninismo. Per “Lotta Continua” (ed anche per il gruppo de “Il Manifesto”) tornò in voga, tra gli altri,  Leone Trockji, riesumato dalla sua tragica vicenda di eresiarca e assunto tra i riferimenti alti e “nobili” del comunismo antistalinista.  Essere comunisti guardando all’Urss  − ovvero alle sue trasformazioni dopo la rivoluzione di ottobre per effetto dello stalinismo e poi del neostalinismo brezneviano − significò altra cosa dall’essere comunisti guardando alla rivoluzione cinese (in ispecie a quella “culturale” di  Mao Zedong  di  cui si ignoravano le sanguinose violenze) e alla Cuba guevarista e al Vietnam di Ho Chi Minh . Si era formato, in un certo senso, un “neocomunismo”, una sorta di “comunismo libertario” − del tipo di quello che in Italia ebbe la sua migliore espressione appunto nel gruppo de “Il Manifesto” − parallelo e simmetrico al cosiddetto neoimperialismo nel quale, ormai, i “neocomunisti” includevano la stessa Unione Sovietica: un’inclusione, mi  sembra, non proprio corretta, dato che la politica internazionale dell’Urss, pur con mille contraddizioni, tramite la stessa  espansione della sua egemonia sui movimenti di liberazione e sui nuovi assetti geopolitici che ne derivavano, mirava a disarticolare il quadro mondiale dell’imperialismo americano appoggiando (come nell’Egitto di Nasser) le lotte guidate dalle borghesie nazionali.   Naturalmente, poi, la deriva burocratico-autoritaria  di alcuni movimenti di liberazione nel loro farsi  potere statuale (penso, oltre che agli sviluppi della situazione politica nel Vietnam liberato,  alla stessa Cuba di Fidel Castro, ma anche alla realtà africana nella quale, a parte la sempre controversa Libia di Gheddafi, non c’era molto da sperare dalla Tunisia di Habib Bourguiba, dall’Egitto postnasseriano di Anwar Sadat, dalla  Somalia  di Mohammed  Barre e dall’’Etiopia  di Haile Mengistu) generò disorientamento, nonché molte travagliate sospensioni del giudizio e delusione.  Non era conforme alle speranze delle sinistre antagoniste (sempre più costituite da litigiose formazioni “neocomuniste” più o meno antisovietiche)  il dover  prendere atto del fatto che le cosiddette “rivoluzioni nazionali” dei paesi del Terzo mondo non avevano alla loro base un alcunché di “proletario” in senso proprio marxiano, ma erano tutt’al più degli slanci  anticolonialisti guidati da  “ribelli” ed élite locali  (spesso di origine militare)  la cui  vocazione progressista era molto dubbia o comunque fortemente limitata da condizioni strutturali di arretratezza.  E’ ovvio che della delusione stessero in vario modo approfittando le sinistre “miglioriste”  nel tentativo di reagire al loro tramonto riproponendosi come una “terza via” tra capitalismo e “socialismo reale (penso  alla SPD di Willy Brandt, ma soprattutto a quel singolare socialismo liberista rappresentato da Tony Blair).
  1. In che modo i partiti della sinistra si sono rapportati ai movimenti collettivi della fine degli anni sessanta? Quali relazioni virtuose, criticità o distanze sono nate e si sono consolidate tra la sinistra “istituzionale” e questi movimenti?
Invero,  parlare di “sinistra istituzionale” non è una forzatura terminologica soltanto se – pur salvaguardandosi  l’idea fondamentale della sinistra che è quella, come ho già detto,  di “cambiare”  la realtà in funzione del “progresso” – tale  opposizione si trasferisce nelle forme istituzionali di un sistema rappresentativo di tipo liberaldemocratico  (la formazione dei ceti dirigenti tramite i partiti e i sindacati, le procedure elettorali e quelle, soprattutto, per la produzione legislativa  tramite il parlamento) sì da diventare, laddove non riesca a diventare essa stessa “governo” o a parteciparvi, qualcosa di simile,  per dirla alla maniera degli inglesi, di un’”opposizione di Sua Maestà”. Questa condizione riguarda ogni tipo di “sinistra migliorista”, o riformista o socialdemocratica che dir si voglia. Mi sembra scontato che quanti coltivino  un’idea di sinistra come opposizione al sistema non possano che trovarsi da un’altra parte della cosiddetta “sinistra istituzionale”. Di relazioni “virtuose” tra  i due fronti non riuscirei ad indicarne. Semmai, insisterei sulle distanze, molto rilevanti fino allo scontro, soprattutto laddove, come in Italia, il conflitto sociale è stato molto intenso e talvolta drammatico: uno scontro che la componente più estremista ha spinto talvolta, come è noto, fino alla “lotta armata”, senza escludere il  terrorismo.  La  “sinistra istituzionale”  è stata accusata dall’altra, l’”antagonista”,  di essere funzionale agli interessi del padronato e di rappresentare, nel migliore dei casi, un’opposizione di facciata. Una siffatta critica, da parte dei movimenti (assumendo una configurazione detta, dal punto di vista delle istituzioni, “extraparlamentare”), ha investito in tempi piuttosto recenti,  come è noto, anche il Pci e gli stessi sindacati confederali (si ricordi l’attacco dei cosiddetti “autonomi” alla Cgil di Luciano Lama). Di qui la  storia di una divaricazione a sinistra  che per me costituisce  appena un passato prossimo , mentre, per i giovani, è già un passato remoto.
Il massimo della divaricazione si evidenziò quando il Pci,  da opposizione parlamentare (e sempre meno opposizione sociale), divenne addirittura governo con la Dc di Andreotti , ai tempi della “solidarietà nazionale”.  Allora, i movimenti “extraparlamentari”, nati, appunto, alla fine degli anni sessanta e ulteriormente sviluppatisi con la loro esuberante combattività nel decennio successivo, divennero il bacino di un’opposizione antagonistica  di tale intensità e drammaticità da rendere improponibile l’ipotesi che tra essi e la “sinistra istituzionale” (compreso il Pci) potesse intercorrere una qualsiasi “relazione virtuosa”.  D’altra parte, mi chiedo e chiedo, che cosa è da intendersi  per “virtuoso”?  Non mi sembra che sia corretto applicare una categoria di giudizio morale ai processi storico-concreti della lotta politica. E, anche se fosse corretto, non saprei proprio come farlo.
  1. Come la crisi economica degli anni settanta ha contribuito a ridefinire il panorama politico delle sinistre in Europa?
Forse è ancora troppo presto per tentare un’analisi accurata di quanto è accaduto  dagli anni settanta in poi. E risulta parecchio difficile persino aver chiari e concreti riferimenti  per identificare oggi la “sinistra”  in una convulsione  di cambiamenti epocali che sta rendendo almeno antiquate se non addirittura del tutto inservibili le categorie in  uso nella cultura politica dell’età della “rivoluzione industriale“  di cui la cosiddetta  “postmodernità” − ovvero  la nuova rivoluzione strutturale postfordista che già nel 2000  ho definito, nel mio quasi ignorato  Eclissi del principe e crisi della storia,  “elettronico-informatica” − sta evidentemente segnando  la fine,  con la progressiva de-industrializzazione e con le conseguenti radicali trasformazioni in fieri nella morfologia delle classi e dei ceti sociali  che stanno mettendo in liquidazione sia la tradizionale “classe operaia” , sia la stessa tradizionale “borghesia”. Ecco, piuttosto che di “crisi economica” (ma quanto è lunga, di grazia, questa crisi!), parlerei di una “svolta epocale” consistente nell’apertura di un nuovo corso storico, di per sé rivoluzionario (nel senso dei processi  rivoluzionari indicati da Marx ed Engels  per lo sviluppo storico dei “sistemi di produzione”), di cui non è ancora possibile prevedere le forme mature di stabilizzazione nell’economia e nella società. Del resto – l’ho già scritto altrove e lo vado ripetendo – avrebbero mai potuto prevedere i deputati degli Stati generali francesi   dove sarebbe  arrivato alla fine  il processo rivoluzionario  di cui essi erano gli ancora inconsapevoli protagonisti all’atto del  “giuramento della Pallacorda”?  Certo non pare che esista  ai nostri giorni una qualsiasi sala della pallacorda nella quale “giurare”, da sinistra, per cambiare la realtà di un mondo che sempre più produce insicurezza e angoscia. Prevale, con l’insicurezza, la tendenza alla frantumazione. Un po’ tutti  restano confusi e si dividono  dinanzi  alle politiche e alle economie neoliberiste;  e i “miglioristi” (riformisti), in particolare, sembrano rassegnati a diventarne sostanzialmente i complici sofferenti, subendo il diktat della globalizzazione capitalistica.  La  crisi politica delle sinistre è  evidenziata  dai risultati delle consultazioni elettorali svoltesi nel 2010  in diversi Stati europei :  i socialisti francesi crollano ad un misero 16%; i tedeschi al 21%, gli svedesi al 24%; vanno meglio, ma  in discesa, i socialisti portoghesi  di José Socrates  che  perdono la maggioranza assoluta. Eppure  il SE (il partito della Sinistra Europea)  potrebbe ancora contare su forze ancora assai rilevanti nei vari Paesi: in Germania il 21-23% dell’elettorato sul quale per adesso riesce ad attestarsi  la SPD, se unito a quello di una LINKE al 12% e all’altro dei Verdi al 10%, oscillerebbe tra il 48 e il 50%; in Portogallo, sommando il 36%  dei socialisti di Socrates agli altri della sinistra (il 10%  dell’altra formazione socialista, l’8% di comunisti e verdi) si otterrebbe un rassicurante 54%. Superando la frantumazione, analoghi risultati potrebbero realizzarsi  nell’immediato  per la sinistra greca di George Papandreou e, in prospettiva, anche in Francia e in Spagna e in Italia. Solo che, in concreto, la divaricazione  tra “miglioristi” e antagonisti  non solo impedisce  la formazione di un fronte comune, ma  riaccende il fuoco di  vecchi, insuperati contrasti  sulla questione degli orientamenti strategici nei confronti del capitalismo. In questo, sembra sempre più che i “miglioristi”,  ovvero i cosiddetti “riformisti” , al di là dei proclami di opposizione, si stiano addirittura adattando a ritenere ineluttabile il corso liberista del capitalismo funzionale alla globalizzazione: un’evidente, grave  involuzione del tradizionale orientamento keynesiano delle socialdemocrazie.      
  1. Si può ritenere corretta una lettura che vede l’uso del termine “sinistra” non solo nell’accezione partitica ma soprattutto come espressione dell’incontro tra culture politiche, orientamenti di pensiero e visioni del mondo, spesso anche molto differenti tra loro ? Che ruolo ebbero in tal senso le realtà non propriamente partitiche nella ridefinizione della sinistra?
 Il termine “sinistra” non è mai stato  usabile soltanto nell’accezione partitica. Non si è di sinistra (e,simmetricamente, non si è  di destra) senza una specifica, seppure molto larga e sempre dilatabile, “visione del mondo” che nasce dal confronto dialettico tra diversi fuochi di elaborazione e di riflessione sulla condizione umana  alla ricerca di un qualche senso da dare alla vita (individuale e sociale), nonché, complessivamente alla storia. Il marxismo non sarebbe nato senza Hegel e l’hegelismo, senza la dialettica tra illuminismo e filosofia romantica, senza il confronto, sui grandi temi delle libertà reali e dei diritti del lavoro a fronte delle  ingiustizie e delle oppressioni; una dialettica che aveva già attraversato sia le correnti filantropiche laiche sia  altre di origine cristiana, nonché  il dibattito dei socialisti premarxiani. Guardando ai  processi  più vicini a noi nel tempo, appare evidente che alla formazione di una cultura politica di sinistra, ben al di là dei partiti e spesso a prescindere dalle loro specifiche vicende, abbiano grandemente contribuito certe importanti  culture politiche “trasversali” e radicali quali quelle  scaturite dalla riflessione sui diritti umani e sui diritti civili, sulla condizione femminile (il femminismo), sulla scienza  e sulla natura per la preservazione dell’ambiente della vita (l’ecologismo), ecc.  E hanno anche contribuito le visioni utopiche e profetiche (compresa quella cattolica che in Italia aveva già conosciuto l’originale elaborazione cattolico-comunista di Felice Balbo e di Franco Rodano). Per questo amo ripetere che, a maggior ragione in un’età come la nostra − che rende assai ardua la ricostituzione di un’identità della sinistra dinanzi al permeante “pensiero unico” della globalizzazione capitalistica − è importante, addirittura urgente, che i giovani riattivino la dialettica tra la realtà e l’utopia (si veda, in proposito il mio recente Globalmafia, edito da Bompiani).  Mi sembra che qualcosa del genere stia già accadendo con il movimento degli indignados. Altra cosa sarà mettere a punto un’efficace strategia.
  1. Quale ruolo hanno svolto le diverse generazioni politiche nella costruzione dell’identità della sinistra?
Le generazioni  (un concetto, questo di “generazione”, assai complesso e difficilmente usabile in storiografia, anche se io, come qualcuno sa, ci  ho tentato) all’atto della loro epifania giovanile hanno sempre avuto la tendenza a produrre opposizione al sistema, ma nell’orizzonte dei “valori” prodotti e professati dalle componenti progressiste della tradizione culturale e politica, ovvero della “paternità sociale”,  con la quale sono solite confrontarsi  all’interno del medesimo sistema: in altri termini, tendono a contestare ai “padri” di non essere stati all’altezza dei loro propositi , se non, addirittura, di avere eluso o falsificato o, peggio ancora,  tradito, i valori  costitutivi  dello loro profferte di modernità e di progresso civile. In altri termini, si sono mostrate inclini  a criticare e  a superre  il presente assumendo come riferimento il passato.  Così come accadde nel ’68 quando in Germania i giovani contestavano ai padri di  essere rimasti  sostanzialmente dei nazisti mentre esibivano un ricostituito volto democratico e, in Italia, quando i giovani  accusavano i padri di avere eluso o accantonato il portato ideale della Resistenza e dell’antifascismo. Ma, dopo il ’68, qualcosa si è rotto in questa dinamica: le generazioni emergenti, soprattutto dagli anni ottanta in poi , quasi certamente per effetto dei cambiamenti epocali indotti dal passaggio alla “postmodernità”,  hanno preso a guardare quasi esclusivamente al  futuro.  Si tratta, mi sembra, di un integrale processo di de-storicizzazione della “visione del mondo”, della cultura, della progettualità sociale e della politica e delle stesse istanze di cambiamento del presente (percepito come sempre più evanescente e funzionale al futuro),  che sta investendo anche la sinistra. La corsa al futuro va rendendo sempre meno consapevoli dell’esigenza di prepararlo, di fondarlo questo, assai spesso adulato, futuro, confrontando il presente con il passato. La storia viene così  sepolta nei suoi archivi, al massimo delegata a certi antiquati specialisti della memoria il cui sapere sarebbe inutile per la costruzione dell’avvenire; una “crisi della storia” forse irreversibile  ovvero, per meglio dire, della “storicità” , appunto come ho già scritto in un saggio appena citato pocanzi che pochi hanno avuto la pazienza di leggere.  Se ne producono effetti di distorsione e di falsificazione (spesso del tutto inconsapevoli)  sul concetto e sullo stesso linguaggio politico di quanti si dicono ancora di sinistra. Il che è da rilevare ampiamente per le parole “riformismo” e “riformista” che spesso si pronunciano , direi ormai quasi normalmente, senza avere idee chiare su quel che le rende di per sé  incompatibili con le istanze –pur ancora talvolta confusamente avvertite e intenzionalmente coltivate − di un reale, profondo, strutturale  cambiamento della realtà. 

10.Socialdemocratici, laburisti e socialisti, comunisti ortodossi e dissidenti, anarchici e trotskisti: è condivisibile la lettura in base alla quale tra queste anime e questi gruppi della sinistra contaminazioni e osmosi furono più frequenti di quanto normalmente si ritenga? La classica distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari” può sempre essere adottata in maniera univoca e monolitica o vanno proposte distinzioni che configurino diversi e a volta paralleli percorsi delle varie realtà della sinistra in Europa in base al paese e al momento storico?

Certamente le differenze di  strategia e di “vissuto sociale” di quel che chiamasi “sinistra”  sono state rilevanti,  da Paese a Paese, in rapporto ai diversi gradi di intensità e di estensione del conflitto sociale in ciascuna realtà e in rapporto alle  rispettive tradizioni “nazionali” dei movimenti di massa con un particolare ruolo di  quelle costituite storicamente dai  movimenti operai. E, naturalmente, le differenze non escludono né i confronti dialettici, né le osmosi e le reciproche contaminazioni. Si pensi alla netta differenza tra il laburismo britannico nato e sviluppatosi su un itinerario di originaria e reiterata  autonomia  dal marxismo  rispetto alle altre dell’Europa continentale per le quali il rapporto con il marxismo è stato invece costitutivo, almeno dal 1848 in poi. Ma è anche vero che la stessa storia del laburismo ha generato, al suo interno, delle componenti “marxiste” che  sono ancora  presenti come correnti “comuniste” – per quanto assai minoritarie – nello stesso  Labour Party. Anche per tutte le altre “differenze” (spesso, molto più che “differenze”, vere e proprie contrapposizioni) sono da registrare delle osmosi, ma fondamentalmente sul terreno concreto della prassi (mai della “dottrina”) dei loro militanti laddove le circostanze storiche abbiano fatto prevalere, sulle divisioni, delle comuni esigenze di lotta: per esempio, sul terreno dell’opposizione al fascismo o nel fuoco vivo di rivolte generazionali come il Sessantotto. In altri termini, piuttosto che di vere e proprie osmosi si è trattato,  come nei casi appena citati, di spontanee  “convergenze d’impeto” delle rispettive basi di militanza  determinate da un comune trascinamento negli impegni immediati e nelle passioni delle lotte. Quelle che chiamo “convergenze d’impeto”  potevano  essere registrate da parte degli avversari della sinistra nei termini di una  pericolosa fusione di forze  in un compatto fronte eversivo, ma chiunque conosca le cose dall’interno della sinistra sa bene che, a dispetto del comune trascinamento, i militanti  dei vari gruppi mantenevano tenacemente le loro diverse mentalità e culture politiche. Il che è particolarmente vero per gli anarchici, ed anche con più evidenza per i cosiddetti “radicali”,  della cui reale appartenenza alla sinistra in senso proprio c’è sempre stato molto da dubitare, essendo essi in gran parte − quale che sia la loro spesso autentica autorappresentazione di “rivoluzionari” − nient’altro che l’estrema espressione giacobina del liberalismo (di  per sé individualista e dalle indiscutibili origini “borghesi”).
Ma veniamo ad un altro punto della  domanda. Mi si chiede se ha ancora un senso la  classica distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari”. Ebbene, tutto quello che ho fin qui detto nel corso della nostra conversazione mi accredita come un fermo sostenitore della necessità, non solo teorica ma anche pratico-politica, di tener fede a tale distinzione. Lo spartiacque tra i due campi è costituito dall’orientamento nei confronti del sistema capitalistico. Occorre scegliere prendendo atto di una contraddizione non eludibile:  un sistema fondato sul culto dell’individualismo e su organiche diseguaglianze nonché sul mito del cosiddetto “libero mercato” (imposto dall’egemonia capitalistica dopo il 1989) non è compatibile con una prospettiva di  “democrazia reale” fondata sulla socializzazione e finalizzata alla giustizia sociale. Tertium non datur.  Quindi, fare “opposizione” all’interno del sistema capitalistico con il fine ufficiale di  “migliorarlo” è ben altra cosa di battersi  per il suo superamento, a tal punto  da far diventare persino dubbio che un’”opposizione” di  tal genere sia da riconoscere come un’opposizione reale, appena  sufficiente a definire un’identità di Sinistra (con la “m” maiuscola). Tra l’altro (ne ho già accennato) quanti riducono oggi l’essere di sinistra ad una vocazione “riformista” non sanno bene di che cosa stiano parlando: quali “riforme”?  Riformare l’esistente per andare indietro?  In Italia c’è già gente  ufficialmente di sinistra (ma  come dirla di Sinistra?) disposta ad accettare che siano da prendersi per  “riforme” certe leggi che vanno in una direzione opposta alla socialità e alla socializzazione o che sono surrettiziamente delle “controriforme” come, per citarne una, quella della ministra Gelmini per l’Università. E, continuando su questa strada, potrebbero assumere come  “riforma” anche un netto arretramento  delle conquiste  del mondo del lavoro accondiscendendo a modifiche regressive dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori.
 Certo, se proprio si volesse essere molto generosi con i concetti e con le parole, ci sarebbe da aver comprensione e rispetto per il fatto che siano esistiti, come continuano ad esistere, persino dei liberali (così come in passato dei “democristiani”) a loro modo decisi a ritenersi e a professarsi di “sinistra”. Ma non credo che per “cambiare il mondo” qual è, e quale non vogliamo più che sia,  risulti utile seguirli nelle loro presunzioni. Il che, mi sembra, è di particolare urgenza per una Sinistra che voglia riconquistarsi una sua certificante e non immaginaria identità di fronte al capitalismo globalizzato.
  1. Dal suo punto di vista, quali sono gli errori che la sinistra italiana ha compiuto nel trentennio 1945-1973? Quali sono stati i nodi non risolti che poi l'hanno portata alla crisi della fine degli anni ottanta? Quali meriti e quale ruolo positivo hanno giocato le sinistre nel processo di ricostruzione materiale e morale in Italia dopo il ventennio fascista e la guerra?
 Con questa domanda, in pratica  mi si chiede di  ripercorrere  l’intera storia politica e sociale della   cosiddetta “prima repubblica”. Francamente, non è un impegno che posso assumermi nei limiti di questa conversazione. Posso soltanto fissare alcuni punti fermi. E  comincio con quelli che riguardano i “meriti” complessivi delle sinistre italiane: senza la loro azione, pur travagliata e spesso contraddittoria, non avremmo avuto la  repubblica, la Costituzione di cui andiamo giustamente fieri, lo Stato sociale, lo Statuto dei lavoratori,  la conquista di numerosi diritti civili per entrambi i sessi e, soprattutto, quel tanto che – nonostante i limiti e poi il recente degrado prodottosi sulla mentalità e sul costume di una larghissima area sociale con il berlusconismo  −   ci è dato di costatare in termini di capillare e diffusa educazione alla democrazia.  E che dire quanto agli errori? A voler rispondere, gli interrogativi si moltiplicano.  In che senso errori, se di errori è corretto parlare, e rispetto a chi e a che cosa? E poi, è meglio parlare di errori o di sbandamenti? E ancora: sbandamenti della prassi politica o concrete impossibilità di far diversamente nelle condizioni date di un Paese complesso e assai conflittuale come il nostro, con ceti popolari di recente e mai  pienamente superata arretratezza, con un generalizzato costume tendente alla corruzione della vita pubblica e al trasformismo della politica?   In ogni caso, errori, sbandamenti  o impossibilità che siano, la loro identificazione e la loro valutazione dipendono dai due punti di vista, ben poco conciliabili tra loro, della sinistra  socialdemocratica  da una parte e della sinistra comunista e  antagonista dall’altra. Per  l’una, l’errore complessivo della sinistra sarebbe consistito nella sua mancata unificazione sul terreno del riformismo, con una Bad Godersberg italiana. E, con un siffatto giudizio – a parte molto improbabili valutazioni autocritiche circa l’inferiorità culturale e progettuale del loro miope ceto politico americanista rispetto alle ben più laica ed autonoma SPD tedesca − la responsabilità dell’errore verrebbe addossata  alla controparte comunista  e antagonista. Nodo irrisolto: la tardiva, e mai del tutto chiara, rottura del Pci con l’Unione sovietica; una mancata adesione al “mondo libero” e antitotalitario dell’Occidente antisovietico , indicata come responsabile della divisione delle forze socialiste,  ovvero di una contrapposizione a sinistra  determinata da due opposte e inconciliabili scelte  di modelli di civiltà,  alla quale la polemica politica ha fatto risalire, nella vita della repubblica,  le cause di quell’interminabile stagione democristiana che, secondo Alberto  Ronchey ed  altri, avrebbe caratterizzato l’Italia come una “democrazia bloccata”, incapace di sviluppare una dialettica democratica tra Sinistra e Destra in un rassicurante ambito liberaldemocratico: una democrazia  sotto la vigilanza sempre allarmata degli americani (in sostanza in uno Stato consegnato ad una “sovranità limitata”), appiattitasi  sul “centrismo”  già strategicamente impostato da De Gasperi come unica  formula politica possibile per l’Italia,  mantenutasi negli anni,  in un circolo vizioso di sostanziale stagnazione, a dispetto della timida e insufficiente variante del “centro-sinistra”. Si sarebbe trattato, in altri termini, della mancata rimozione di quell’ostacolo all’unità della sinistra che Ronchey chiamava “fattore K” , il fattore che più inquietava, e addirittura terrorizzava, le masse dei moderati italiani  e che – in un orizzonte internazionale diviso nei due fronti avversi  della guerra fredda −  faceva gravare sulla Sinistra il divieto americano di accedere autonomamente alla guida del governo, dati gli sconvolgenti effetti che se ne temevano  per il sistema di alleanze della Nato.   Di contro, sia i comunisti  che i più vari militanti della sinistra antagonista hanno abbondanti motivi  per sostenere  che soltanto il loro impegno di tenere in vita una strategia rivoluzionaria sulla  linea strategica  inaugurata dalla “rivoluzione di ottobre” (pur ancorata alla giudiziosa tattica della “guerra di posizione”) ha consentito alla sinistra italiana di continuare ad esistere come… una vera Sinistra senza cedere alle sirene dell’americanismo. Semmai, nel caso specifico di questa sinistra rivoluzionaria,, gli errori sarebbero da vedersi nelle non poche incertezze e  incoerenze  registratesi  tra opportunismi e contaminazioni  − penso, per le contaminazioni, a quel certo “migliorismo” formatosi come  corrente all’interno del Pci − nel perseguimento di tale strategia, a partire dalla “doppiezza” già denunziata da Togliatti.
Per il resto, mi tengo qui molto sulle generali per  indicare qualcuno degli errori  addebitabili quasi in esclusiva a quella parte della sinistra italiana  che ha avuto modo di accedere in vari tempi al governo del Paese  insieme alla Dc. Normalmente – se si fa un po’ eccezione  per il finale tentativo di Bettino Craxi di conquistarsi un ruolo più incisivo sfruttando la “rendita di posizione”, ovvero di interdizione, assicuratagli dal suo oscillante e precario 10-14% in un parlamento formato con il sistema elettorale proporzionale − si trattò di un ruolo di governo segnato dalla subalternità. I socialisti  nei governi Moro degli anni sessanta e in quelli successivi  del “centro-sinistra”   si erano adattati, nonostante i loro programmi, a non ancorare gli sviluppi concreti dello “Stato sociale” ad un’organica  “programmazione economica”:  il loro era stato, ben al  di sotto di un vero e proprio socialismo,  una specie di  keynesismo d’abord.  Infine, negli anni ruggenti di Craxi e della “Milano da bere” vissuti nel connubio con la Dc di Andreotti  (1983-1987, nonché i successivi al segno del  vivace protagonismo craxiano), gli anni della corruzione sviluppatasi nel sistema di Tangentopoli, quei socialisti sempre meno connotati da credibile socialismo avrebbero interpretato il loro ruolo soprattutto come quello di una forza-guida  della società dei consumi e del consumismo, favorendo la dilatazione delle spesa pubblica a scapito del bilancio dello Stato, il cui crescente indebitamento sarebbe stato scriteriatamente rinviato alle future generazioni. E, in tale allegro contesto, in uno con la stabilizzazione di un organico sistema di corruzione della politica e dell’economia, sarebbero diventati anche organici i rapporti con i poteri mafiosi  più o meno occultamente radicatisi, in varie forme, nell’intero territorio nazionale, e resi ancora più forti da una contestuale espansione del fenomeno nel quadro internazionale. Il fatto che  il prezzo dell’intera vicenda di dissesto e corruzione  sia stato poi  pagato soprattutto dal Psi (il più antico ed illustre, e per decenni benemerito,  partito dei lavoratori italiani)  con la sua fine ingloriosa  proprio a cent’anni dalla sua fondazione, è un fatto che costituisce una sconfitta storica dell’intera sinistra italiana. Tanto pesante e tanto scottante quella sconfitta, da aver reso improponibile in Italia persino il nome “socialismo”.
  1. Quale ruolo ha giocato nella definizione di un'identità comune della sinistra europea la peculiarità della sinistra italiana, della sua storia così diversa da quella delle tradizioni europee - come quella socialista francese, quella socialdemocratica tedesca e scandinava, quella laburista inglese?
Anche una risposta a questa domanda comporterebbe la fatica di scrivere, ben più che un saggio, un ampio e complesso  trattato. Spero che qualcuno abbia mezzi e tempo per scriverlo. Da marxista,  e comunista non pentito qual sono, ritengo che la sinistra italiana avrebbe potuto giocare (ma non ha giocato)  un ruolo decisivo nella definizione di un’identità comune della sinistra europea, con Gramsci e con il gramscismo, ovvero con quella mirabile strategia elaborata da Gramsci per mettere in concreta sintonia democrazia e socialismo ai fini di un autentico cambiamento rivoluzionario nelle società  avanzate dell’Occidente.  Ad assumere questo ruolo ci tentò  Enrico Berlinguer con la sua proposta di “eurocomunismo”. Non ci riuscì. Può darsi, almeno lo spero,  che qualche forza emergente della “sinistra che non si accontenta”  prima o poi ci riesca, in forme nuove adeguate ai tempi. La lezione di Gramsci è sempre più attuale, così come sta riprendendo quota, dopo anni di oblio e di dileggiante abbandono, l’analisi marxista del capitalismo di fronte agli effetti devastanti del potere mondiale del capitalismo finanziario.
Detto questo, certo non va dimenticato il contributo rilevantissimo che  una particolare sinistra italiana (quella liberalsocialista del partito d’azione nato dal lavoro politico e dalla tragica testimonianza di Carlo Rosselli) diede alla stessa idea di Europa,  a partire  dal  “Manifesto di Ventotene”, scritto  sotto la scure fascista, al confino di polizia,  da due grandi esponenti della sinistra libertaria del livello di  Altiero Spinelli e di  Ernesto Rossi con proposte profetiche (poi, purtroppo, solo parzialmente  valorizzate e largamente eluse dal processo di unificazione europea).  Spostando l’attenzione alla sinistra socialdemocratico-migliorista, non è facile cogliere e vagliare un ruolo specifico svolto per la formazione di una sinistra europea dal Psi, al di là della costante recitazione “atlantista” ed americanista di un Giuseppe Saragat alla testa del suo gracile e corrotto Psdi.  Si può immaginare− ma andrebbe specificamente studiato – il ruolo poi svolto da Bettino Craxi per  lo sviluppo omogeneo, in Europa, di  una sorta di spurio “socialismo  liberista” o, se si preferisce, opportunista (da tempo Craxi aveva abbandonato Marx e il marxismo, inizialmente nel nome di un riscoperto Proudhon!) nel quadro delle intense relazioni intrattenute a fine secolo con i vari Tony Blair, Felipe Gonzàles, Francois Mitterand, Mario Soares, Michel Rocard e Andreas Papandreou.

Lei è un attento osservatore della realtà politica dell’Italia: come vede l'ormai più che decennale crisi d'identità della sinistra italiana e la difficile unità delle sue molte anime?

La crisi di identità della sinistra italiana (e non solo di quella italiana) è di lunga durata. Fa bene la domanda  a suggerire che è “più che decennale”. Sarebbe impossibile indicarne una precisa  data di partenza. Si tratta, infatti, di un processo che è tutt’uno con gli sviluppi della trasformazione epocale (di cui ho già parlato) divenuta sempre più evidente, in Italia e in tutto l’Occidente, dagli anni ottanta del secolo scorso in poi. Centrale in questa crisi, come ho già detto, è il portato delle profonde mutazioni  indotte dalla “rivoluzione elettronico-informatica” nel sistema di produzione e nella morfologia delle classi e dei ceti sociali.   La ricerca di identità  va diventando  affannosa, e forse ormai disperata, perché ci si accorge di non possederne una qualsiasi che risulti convincente. Per l’identità, accade esattamente quel che è dato constatare anche per la memoria storica: la si invoca tanto più  ansiosamente, e con enfasi, quanto più ci si accorge che la si sta smarrendo.  Il dato storico, in Italia, è che tutti i partiti dell’assai composita e frantumata  sinistra sviluppatasi nell’imperfetto processo di unificazione sociale di centocinquanta anni di Stato unitario non hanno varcato la soglia  del nuovo millennio: né il Psi, né il Pci, né tutte le loro controverse e litigiose filiazioni e diaspore nel tempo. Ritengo che adesso la “forma-partito” (che è, come aveva già ben colto tempestivamente Pietro Ingrao, una forma politica ottocentesca, propria di una società di massa ancora appartenente al vecchio e superato quadro  della  “rivoluzione industriale”) non sia la più idonea a dare organicità alla ricomposizione delle cosiddette “anime” della sinistra. Oltre tutto – a parte quel che serve ai fini della rappresentanza in parlamento tramite le dinamiche elettorali – non saprei proprio se una siffatta “organicità” sia ancora necessario proporsela come un traguardo. Il futuro probabilmente si costruisce nell’attivazione (tramite canali tra i quali Internet sarà sempre più chiamato a svolgere un ruolo fondamentale)  di ampie aree di dibattito collettivo e di dialettici movimenti interindividuali di critica all’esistente e di consequenziale impegno politico. Naturalmente per una siffatta attivazione e per la l’espansione sociale del processo saranno ancora importanti i gruppi di “militanza”, con un ruolo analogo, seppure ampiamente rinnovato, a quello che Lenin e Gramsci attribuivano alle “avanguardie”.  
  1. E in chiave europea di quale identità possiamo parlare oggi per la sinistra? Il riformismo è l'unico destino possibile per la sinistra europea?
Se tentassi di dare una risposta soltanto per…rispondere, mi sentirei colpevolmente elusivo e imperdonabilmente retorico. Quanto ho già detto  per l’Italia mi sembra valga anche per l’Europa.  Aggiungo, per dirla con l’acuto  Zygmunt  Bauman, che in una “società liquida”  è normale che diventino altrettanto “liquide”, anche le idee e le culture politiche. La cosa, ovviamente, vale sia per quel che si è ancora soliti indicare come sinistra, sia  per quel che, di contro, si indica (forse con minore pericolo di sbagliarne l’identificazione) come destra. Rimane certo, al di là della loro  “liquefazione” (o, se si preferisce della loro consunzione),  che le due parole  continuano ad assolvere un ruolo identitario, e a mantenere un valore significante,  proprio attraverso la loro contrapposizione: si è di “sinistra” perché non si è di “destra” e viceversa. Certamente sono parole da usare in un modo diverso  rispetto all’uso che se ne faceva in passato, dati i profondi cambiamenti strutturali che la grande trasformazione in corso (la “rivoluzione della postmodernità) ha determinato  a carico dei loro rispettivi, tradizionali soggetti sociali di riferimento:  il proletariato industriale (la classe operaia)  e il padronato (la borghesia nazionale). Tuttavia, il  doverle  usare  adesso in modo diverso, non fa  affatto venir meno per una sinistra che voglia ancora così “identificarsi”, il suo compito storico di  lottare contro tutte le forze manifeste o surrettizie della “destra” che siano di ostacolo alla realizzazione di una “democrazia reale” (di per sé necessariamente anticapitalistica), idonea a rimuovere le ingiustizie e a conseguire il più ampio rispetto dei diritti umani in una nuova società il più possibile egualitaria. Se, nella condizioni imposte dalla “postmodernità”, tutto questo appare come un’utopia, ebbene − l’ho già detto −  è giocoforza per la sinistra attivare una dialettica tra l’utopia e i processi reali della trasformazione. Mi sembra che dal mondo giovanile stiano emergendo dei segnali incoraggianti, in una siffatta direzione. Il laboratorio per la formazione di una nuova sinistra è appena aperto e non è dato prevedere a quali risultati perverrà in futuro una difficile elaborazione che non può comunque dipendere né da tenere nostalgie per un grande e nobile passato ormai irrimediabilmente archiviato, né da interminabili tentativi  di “rifondazione” di travolte esperienze.  Meno che mai, da un adeguamento, che pur si reputi giudizioso e voglia proporsi con animo “progressista”, ai diktat della globalizzazione capitalistica. Se il cosiddetto “riformismo” (che è appunto, un siffatto  adeguamento  subalterno, per quanto a volte sofferto)  fosse l’unico destino della sinistra europea, dovremmo rassegnarci in Europa a non avere più una … Sinistra!  Nessuno, infatti, neppure con la migliore finesse  di valutazione, riuscirebbe più a distinguerla dalla Destra.


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