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11 dicembre 2011

Perché i politici cattolici restano protagonisti mentre i politici della sinistra remano nell’ombra?


Un senso alla sinistra - Foto di Sel
Perché il ’68 cattolico gode di buona salute, mentre il 68 di matrice marxista è finito in briciole? Sono pensieri che ci frullano in tresta da sempre e si trasformano in domande pressanti al cospetto di certi esiti esistenziali, oltre che politici. Andrea Riccardi, che iniziò il suo impegno nelle borgate romane nel 1968, prima ha creato la potente e benemerita Comunità di Sant’Egidio, poi è stato chiamato a far parte del governo Monti. I militanti di Comunione e Liberazione hanno fatto della Gioventù studentesca sessantottina una consorteria di potere politico, economico e finanziario e del Meeting di Rimini il banco di prova della sinistra che da sempre rincorre, blandisce e rimpinza i cattolici sperando di averne riconoscenza elettorale.
In ambito cattolico, sono migliaia le storie di successo, politico e personale, mentre i leader della contestazione e delle rivoluzioni mancate vanno a casa o in pensione. Perché tutte queste piccole ritirate, iniziate quando i capi dei movimenti erano ancora nel pieno delle forze, un tutti-a-casa che qualcuno battezzò «riflusso»? Solo perché sono crollati i regimi comunisti e quelli superstiti, dalla Cina al Vietnam passando per Cuba, non sono più modelli da additare alla pubblica ammirazione? Perché è implosa l’idea di creare un uomo nuovo che fosse al contempo un concentrato di virtù guevariane e berlingueriane, plasmato con la creta della diversità comunista? Solo perché non si può far santo chi ha imbracciato il mitra? Ipotesi fondate ma non del tutto convincenti, a cominciare dall’ultima. Solo chi è molto cieco ignora tutti quei santi che hanno fatto strada al cattolicesimo con la spada e le stragi di popoli. E allora, perché i giovani cattolici, per riportare la domanda al presente, si moltiplicano e avanzano mentre i giovani di sinistra arretrano?

Una delle ragioni potrebbe essere che i giovani di sinistra non si pongono questa domanda. La trovano moralistica, ingenua, datata o semplicemente poco vicina ai «bisogni» dei giovani. E con ciò ammettono che la sinistra non si pone più domande ideali, e men che meno spirituali, ma si limita a rivendicazioni per così dire sindacali. Chi proprio non vuol capire, può accusare questo tipo di preoccupazioni immateriali di essere come bestemmie in un periodo in cui c’è bisogno soprattutto di beni materiali, dal salario alla casa. In tempi di crisi, il pane è tutto e le rose un lusso che non ci si può concedere. Ma il pane solo non basta, non è mai bastato, neppure nei tempi più cupi. Un giovane di sinistra non può limitarsi a fare le bucce al governo Monti dopo averle fatte a Berlusconi, non deve ambire solo a un posto di lavoro e a una pensione, non deve perseguire solo un avvenire migliore nel senso della sicurezza economica. Certo, questi sono i prerequisiti per una vita degna di questo nome, la conditio sine qua non, ma se qui si ferma qui cade. Non ci sono lussi che ci si possano permettere una volta raggiunta la stabilità economica e la la pace sociale, quasi si trattasse di problemi, per dirla in gergo cinematografico, da risolvere in fase di postproduzione. I leader della sinistra non solo in tutti questi anni non hanno detto qualcosa di sinistra, ma non lo hanno neppure fatto, una volta al governo. In Italia come in Spagna.
Per i grandi ideali della pace e della solidarietà internazionale il governo D’Alema ha fatto bombardare Belgrado e ha abolito il servizio militare, per favorire la socializzazione tra i giovani, ha sgravato le tariffe dei cellulari. Oltre i Pirenei, il decantato Zapatero, ha rilasciato diritti a certe combattive minoranze insieme alle licenze di cementificare le coste. Se questi sono i traguardi di una sinistra che voleva cambiare il mondo e l’essere umano, beh c’è da chiedersi se valga la pena di sbattersi tanto per «conquiste» destinate a essere cancellate dalla destra tornata al governo (in Spagna) o che l’oblio e i mercati si rimangeranno.
I politici di sinistra, anche gli apprendisti, risponderanno che di questioni morali e simili ubbie devono occuparsi le religioni e le rispettive chiese. E dopo averlo detto si recheranno nella chiesa di riferimento a farsi benedire le loro piccole crociate «sindacali». Un cappellano, si tratti del cardinale Martini o del cardinale Tettamanzi, di cui sfruttare e strumentalizzare le dichiarazioni a proprio uso e consumo, lo trovano sempre. Qualcuno ne trae benefici personali. Un amministratore di sinistra che dà un po’ di soldini agli oratori può sperare di ricevere in cambio un po’ di pubblicità elettorale. A loro i veti a noi i voti, è l’astuto piano dei segretari dei partiti di sinistra.
E così i codici per distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, continuano a essere nella mani della casta sacerdotale. Oggi più che mai. A tanti anni dalla predicazione del verbo marxista, la tremebonda sinistra non è stata in grado di elaborare una morale autonoma, pur nel rispetto dei dieci comandamenti di Mosé e del condivisibile slogan crociano «non possiamo non dirci cristiani», che allude però a una matrice culturale, non a un corpus dottrinario.
Per questa arrendevolezza dei comunisti all’articolo 7 della Costituzione e per questo appoggiarsi alla Chiesa quando si tratti di questioni morali, certi orfani del partito liberale accusano certa sinistra di «moralismo». Un accusa che la sinistra, anche la più coraggiosa, non sa trasformare in un vanto. Va di moda essere trasgressivi (non si sa bene di che cosa), non moralisti. E così i campioni del libero pensiero, i radicali liberi riciclati nel popolo delle libertà, volenti o nolenti, sono diventati fornitori della Real Casa Pontificia. Ma con quel che di trasgressivo che è come una scorzetta di limone nel martini, un goccio di angostura prima di shakerare.

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