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17 novembre 2011

Il Sud Sudan stritolato dalla morsa di Karthoum


Come facilmente immaginabile il neo stato del Sud Sudan é sull’orlo della bancarotta a causa della strategia economica e militare adottata dal Governo del Sudan.
Questa strategia prevede la drastica diminuzione della capacità estrattiva del greggio e la creazione di una instabilità permanente, grazie alla creazione di una miriade di conflitti etnici nelle regioni del Sud Sudan confinanti con il Nord.
La morsa economica.
La produzione del greggio Sud Sudanese in quattro mesi dall’indipendenza é diminuita di un quarto a causa della mancanza di mano d’opera specializzata, della stagione delle piogge e dell’instabilità regionale.
Il Governo di Juba ammette la drastica diminuzione produttiva affermando la mancanza di mano d’opera specializzata, che si é verificata subito dopo la proclamazione di Indipendenza a causa dell’ordine di Khartoum di rimpatrio immediato dei tecnici nordisti che assicuravano l’estrazione dei pozzi petroliferi presenti nel Sud. Il Governo di Juba sta tentando di colmare questo vuoto inviando ingegneri petroliferi del Sud ma ammette che il loro numero é talmente esiguo da non poter sostituire in pieno quelli del Nord.
L’attuale stagione delle piogge rende difficile la manutenzione dei macchinari d’estrazione petrolifera e dei pozzi in generale a causa dell’inacessibilità dettata dall’assenza di strade e dalla presenza di vaste zone allagate.

Il Governo di Khartoum dal 2005 ha drasticamente diminuito i costi di manutenzione dei pozzi petroliferi del sud lasciando tranquillamente aggravare il deterioramento dei macchinari, privi di manutenzione.  Il fenomeno di boicottaggio produttivo era stato notato dal SPLM, ma i dirigenti sudisti avevano preferito ignorarlo in cambio della liquidità immediata proveniente dai profitti di estrazione petrolifera, all’epoca divisi al 50% tra i due governi.
Dopo l’Indipendenza il Sud Sudan é divenuto proprietario del 75% dei pozzi petroliferi del Sudan. Questa vittoria di Pirro é determinata dalla sola via di esportazione attraverso l’oleodotto di proprietà del Nord Sudan, che trasporta il greggio dai pozzi del sud fino al porto commerciale di Port Sudan e che di fatto priva il Governo di Juba della sovranità nella commercializzazione del greggio.
L’accordo fatto tra il Governo di Juba, il Kenya e la Toyota-Tsusho Africa, per la costruzione di un oleodotto che colleghi il pozzi petroliferi del Sud Sudan al porto Kenyota di Lamu, allo stato attuale rimane solo sulla carta.
La costruzione dell’oleodotto (finanziato con 1,5 miliardi di dollari dalla Japan Bank) é stato congelato provvisoriamente a causa dell’intensificarsi di insurrezioni armate nelle regioni di frontiera del Sud Sudan. L’attuale situazione economica del Giappone impedisce a Tokyo di avventurarsi in un simile progetto per il rischio di ingenti perdite economiche durante la costruzione della conduttura fissa.
A questo punto al Governo di Juba non rimane che scegliere se accettare un nuovo accordo  con Khartoum (probabilmente favorevole solo al Nord) per l’utilizzo dell’oleodotto e dei terminali di esportazione di Port Sudan o se accettare la proposta di Museveni di vendere il greggio all’Uganda dove verrà raffinato per il mercato interno e Regionale.[1]
La morsa militare.
Khartoum sembra intenzionato ad applicare il secondo scenario post Indipendenza[2] previsto dagli esperti Regionali applicando alcune varianti.  Il secondo scenario prevedeva l’accettazione da parte di Khartoum dell’Indipendenza del Sud contemporaneamente alla rivendicazione delle regioni di frontiera, dove sono presenti i pozzi petroliferi, generando una disputa territoriale internazionale che poteva sfociare nella ripresa del conflitto tra i due Stati.
Come effetto diretto della rivoluzione Egiziana, Khartoum ha perso l’alleanza militare del regime di Moubarak[3]. Il Presidente Omar el-Beschir é stato costretto a cambiare strategia,  utilizzando le tensioni tra le varie etnie del Sud per creare delle ”Proxy wars[4] finanziando varie ribellioni del Sud contro il Governo di Juba.
Nei primi quattro mesi dell’Indipendenza vari movimenti guerriglieri contro il Governo del Sud Sudan sono sorti nelle regioni di confine con il Nord[5]. Nello Stato di Jonglei opera un movimento guerrigliero guidato dall’ ex generale del SPLA George Athor. Nel Upper Nile opera il Sudan People’s Liberation Movement for Democratic Change (SPLM-DC) in collaborazione con una milizia locale denominata Oliny.
Nella regione di Unity State opera la milizia del Colonnello dissidente del SPLM: Gatluak Gai, che collaborò, durante gli ultimi anni di guerra civile, con l’esercito regolare di Khartoum. Il Colonnello Gai ha recentemente aderito ad un nuovo e più esteso gruppo di ribelli denominato SSLA South Sudan Liberation Army che sta concentrando le sue azioni contro l’esercito di Juba presso i pozzi petroliferi del Unity State.
Altri scontri con movimenti guerriglieri contrari al Presidente Salva Kiir si sono registrati in questi mesi negli stati del:  Nord Bar El Ghazal  e  Western Bar El Ghazal.

Tutti questi movimenti di guerriglia contro il Governo di Juba sono sorti o si sono rafforzati come reazione alla corruzione, allo sperpero dei profitti derivanti dall’estrazione del petrolio e alla dominazione etnica dei Dinka, nefasti elementi che caratterizzano il SPLM del Presidente Salva Kiir attualmente al potere nel Sud Sudan. Khartoum ha il semplice compito di sostenere finanziariamente i movimenti guerriglieri, gettando benzina per alimentare l’incendio già avviato per dinamiche di rivalità intertribali.
La fine del sogno della Nuova Nazione Africana?
L’attuale situazione del Sud Sudan, tra bancarotta economica e instabilità interna, compromette seriamente il futuro del Sud Sudan. L’esercito di Juba: SPLA, é ormai all’estremo delle forze, mancandogli la motivazione a sostenere nuovi conflitti dopo una guerra civile durata quasi vent’anni. Da solo non é in grado di far fronte alle miriadi di ribellioni interne e ad un’eventuale ripresa del conflitto con il Nord.
Gli Stati Uniti stanno cercando di formare una coalizione di Stati Regionali per offrire al Governo di Juba un aiuto militare diretto. La coalizione per il momento é formata dall’Uganda e dal Rwanda, dove entrambi i Governi sono disponibile ad aiutare l’esercito sud sudanese a far fronte all’attuale situazione di insicurezza. Vari osservatori regionali pensano che la reale ragione della recente presenza in Uganda di un contingente del US Army di 100 Marines (ufficialmente in supporto all’esercito Ugandese nella lotta contro il movimento guerrigliero LRA), sia quella di coordinare l’eventuale futura alleanza per l’aiuto militare al Sud Sudan.
L’eventuale lega di Stati Amici presenta già da ora tutti i suoi limiti. Dopo vent’anni di guerre imperialiste per conto degli Americani sia l’Uganda che il Rwanda stanno raggiungendo il limite di saturazione. Sia il governo di Kigali che quello di Kampala sono consapevoli che la politica di interventi militari nella regione non può essere protratta all’infinito.
L’Uganda é impegnata nella sanguinosa guerra contro la milizia islamica Al-Shabaab in Somalia e il Rwanda nel conflitto in Darfur. Sia l’Uganda che il Rwanda stanno progressivamente spostando la loro strategia per aumentare l’influenza sulla Regione da militare ad economica; quest’ultima molto più efficace e meno costosa sia in termini finanziari che in termini di risorse umane dei rispettivi eserciti.
Se la coalizione di Stati Regionali deciderà di intervenire militarmente al fianco del Governo di Juba sarà più per effettuare azioni di contenimento che azioni offensive contro le varie milizie o, addirittura, l’esercito regolare del Nord.
Per il momento le difficoltà logistiche impediscono all’Uganda di mettere le mani sul petrolio del Sud Sudan. Scartata questa motivazione ne rimangono ben poche per convincere il Presidente Museveni ad aprire un fronte in lontane e remote zone di confine tra Sud e Nord del Sudan. Più pratico e meno dispendioso quello di proteggere le regioni del Sud Sudan prossime al confine con l’Uganda e il Kenya, al fine di mantenere uno stato cuscinetto tra i paesi della Comunità dell’Africa dell’Est e il regime arabo di Khartoum.
Gli apprendisti stregoni internazionali, che hanno distrutto il piano politico del leader fondatore del SPLM: John Garang e probabili mandanti del suo assassinio nel giugno del 2005[6], stanno ora temendo che il progetto di balcanizzazione del Sudan si  trasformi in un’arma a doppio taglio.
Lentamente si sta delineando uno scenario da incubo che potrebbe vedere un’instabilità permanente delle zone di frontiera tra Nord e Sud ed un fallimento economico del Governo di Juba, che si basa sui profitti del petrolio che rappresentano il 98% del budget nazionale.
A medio termine questa situazione potrebbe creare l’impossibilità economica e militare da parte del SPLM di mantenere gli attuali confini della nuova Nazione, vedendosi importanti fette di territorio nazionale diventare a loro volta indipendenti attraverso un processo di reazione a catena di balcanizzazione del Sud Sudan.
I vari Stati indipendenti verrebbero facilmente fagocitati da Khartoum, che otterrebbe il controllo dei pozzi petroliferi e con il vantaggio di essersi liberato dell’instabilità che hanno sempre rappresentato le popolazioni del Sud Sudan.
Quello che rimarrebbe del Sud Sudan sarebbe destinato a diventare uno Stato Cuscinetto sostenuto dagli aiuti internazionali e dalle potenze regionali, prime tra tutte Kenya ed Uganda, dove corruzione, mafia e sottosviluppo sarebbero le uniche sue caratteristiche.
Nonostante tutto i progetti Occidentali di balcanizzazione del Sudan continuano, spostando il fronte nel Darfur dove il gruppo guerrigliero Giustizia ed Equità (JEM sigla in inglese) si é rafforzato militarmente grazie al saccheggio degli arsenali militari Libici compiuto dai suoi mercenari, che dopo aver combattuto al fianco del regime hanno abbandonato il Colonnello ormai sconfitto, per rientrare in Sudan.
Un secondo fronte si é aperto nel Sud Kordofan, (regione appartenente al Nord del Sudan), uno stato strategicamente importante ricco di giacimenti petroliferi e geograficamente situato al confine tra il Nord e il Sud Sudan.
Dopo le elezioni truffa del Maggio scorso che hanno visto la vittoria dell’ex governatore Ahmed Harum, rappresentante del partito di Beschir  “il National Congress Party”, e ricercato dalla Corte Internazionale per Crimini contro l’umanità compiuti nel Darfour,[7] si é scatenato un violento conflitto tra le due etnie che compongono la sua popolazione:  l’etnia Nuba (alleata al SPLM) e l’etnia araba (alleata al partito di Karthoum National Congress Party).
Il conflitto si sta estendendo anche nella vicina regione del Sud Sudan: Unity State, dove qualche giorno fa l’aviazione militare di Khartoum ha bombardato il campo profughi di Yida nel quale si sono rifugiati centinaia di migliaia di profughi Nuba provenienti dal Sud Kordofan. Il regime di Khartoum sostiene che il campo profughi di Yida sarebbe un santuario dei ribelli del Sud Kordofan che combattono l’esercito regolare Nordista, appoggiati dall’esercito del SPLA.
Osservatori regionali ed internazionali ammoniscono che, a causa delle continue interferenze straniere nella Regione, é sempre più difficile richiudere il vaso di Pandora. La miriade di mostri usciti dal vaso si stanno rapidamente espandendo con il grave rischio di compromettere l’estrazione e l’esportazione del greggio del Sud Sudan, con la diretta conseguenza di contribuire all’aumento del prezzo mondiale del petrolio.
Qualche economista, cercando di contenere la sua soddisfazione, si spinge ad affermare che non tutti i mali vengono per nuocere visto che il greggio del Sud Sudan é per ora controllato dalle multinazionali cinesi ed i nefasti effetti sulla produzione colpiranno in primo luogo Pechino e la competitività industriale sul mercato internazionale della Cina.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
16 novembre 2011

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