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17 maggio 2011

POPULISMO E DEMOCRAZIA NELL'ETA' DELLA GLOBALIZZAZIONE


di GIUSEPPE CARLO MARINO

Che cos’è il populismo Il tempo che intercorre tra la giornata in cui una relazione è detta a quella in cui la medesima viene infine stampata negli Atti pone spesso l’esigenza di accogliere nuovi spunti di riflessione dallo scorrere della cronaca. Il che mi accade adesso, nel constatare quanto risulti appropriata alla problematica dell’intervento, di cui rivedo adesso gli appunti, la proposta avanzata il 20 aprile in Parlamento da un oscuro deputato marchigiano, Remigio Ceroni, sindaco di Rapagnano, per una modifica-integrazione da apportare all’art.1 della nostra Costituzione nei seguenti termini: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (la modifica integrativa del testo originario è in corsivo).

Quasi che ce ne sia bisogno, mentre non ce n’è proprio, il berlusconiano Ceroni, per un’ispirazione di cui è ben intuibile la fonte, si mostra così convinto della centralità del Parlamento in un sistema democratico da pretenderne un esplicito, e persino enfatico, riconoscimento nella carta costituzionale, ad indelebile caratterizzazione della forma istituzionale della nostra repubblica. Il che potrebbe apparire come un eccesso virtuoso di vocazione democratica, a decisa salvaguardia, appunto, della sovranità popolare in tempi nei quali la sua parte politica (con grandi ambasce del suo leader supremo) ne teme le offese da parte di poteri dello Stato, anch’essi costituzionalmente fondati e legittimati, ma non espressi da “procedimento elettorale”, quali, per esempio la Magistratura.

Ma a leggere bene ─ e sine ira ac studio ─ la sua proposta, se ne coglie un senso che paradossalmente va proprio nella direzione contraria di una qualsiasi democrazia parlamentare e, come si vedrà fra poco, di ogni concreta democrazia che sia e resti degna della sua natura e del suo nome. E, questo, perché il suddetto sindaco di Rapagnano, nell’invocare l’assolutezza della sovranità popolare e nel ribadire che ne spetta al Parlamento l’esclusiva titolarità, in concreto ─ data l’organizzazione corrente dei processi che costituiscono la rappresentanza politica ─ propone la consegna di un specie di assoluto e pertanto incontrollato potere di legiferare extra et super legem (ovvero con facoltà di innovare ad libitum l’ordinamento giuridico, all’occorrenza anche al di sopra e al di là della stessa normativa costituzionale), ben più che al Parlamento, alla sua maggioranza politica elettoralmente costituita come espressione della volontà maggioritaria del popolo e, in definitiva, alla leadership di tale maggioranza ovvero, al suo capo riconosciuto.

Insomma, ovviamente senza dirlo (e forse senza esserne lui stesso fino in fondo consapevole), propone la legittimazione costituzionale della dittatura della maggioranza. Il che ognuno vede, se possiede un autentico senso della cultura democratica, quanto sia radicalmente contrario ad una qualsiasi reale democrazia, dato che si tratterebbe nient’altro che di una dittatura, seppure dotata di un assai largo consenso elettoralmente espresso e certificato.
Qui, adesso, il richiamo della proposta dell’ineffabile onorevole Ceroni mi sembra il viatico più efficace per una sintetica traduzione in forma scritta della relazione a suo tempo svolta dal sottoscritto parlando, come si dice, “a braccio” .

Infatti, il populismo (alla cui spiegazione era destinata quella relazione) altro non è, come si vedrà meglio nel prosieguo dell’analisi, che una paradossale “democrazia” che tradisce e avvilisce la democrazia nella sua forma storica affermatasi nel nostro Occidente, proprio in nome di una generica “sovranità popolare”: di fatto, una dittatura giustificata con il consenso popolare (reale o presunto, spesso, se e quando registrabile, frutto di un’abile manipolazione demagogica del popolo). In altri termini, una sceneggiatura truffaldina del potere popolare, costruita e manovrata da soggetti più o meno abili e coinvolgenti.

Nicola Tranfaglia, in proposito, ha qui richiamato gli esempi storici più significativi, tratti dal suo libro intitolato, appunto, “Populismo autoritario”. Gli si potrebbe obiettare che sempre il populismo, in sé e per sé, essendo per sua natura antidemocratico, è autoritario o tende all’autoritarismo, tanto più erigendosi ad assoluto e incontrollabile potere della maggioranza. Ma l’aggettivazione è tutt’altro che inopportuna, perché tra le truffe perpetrate ai danni di un reale ordine democratico niente più del populismo ha la vocazione a camuffarsi da democrazia (e talvolta a ritenersi davvero tale, con un’automisticazione non sempre consapevole!). Sicché, se si prescinde da certi populismi assai speciali come il fascismo e il nazismo apertamente affidati all’esercizio di un potere la cui natura autoritaria era così manifesta da essere persino ufficialmente dichiarata, si è dato il caso di altri populismi (il più caratteristico tra questi è certo il peronismo) nei quali la demagogia ha mistificato la sistematica elusione della democrazia con il proposito ufficiale di un servizio al bene comune, a partire dai bisogni del mondo del lavoro, conseguendo per anni il consenso e la partecipazione attiva di masse maggioritarie, senza tuttavia mai perdere la sostanza dei regimi autoritari nei confronti delle minoranze e degli avversari.

Gli sviluppi, con ritmi incalzanti, delle innovazioni nel sistema delle comunicazioni e il contestuale processo di concentrazione registratosi in vari paesi del potere di gestione e di controllo degli strumenti mass-mediali e in particolare della televisione (il caso italiano in proposito appare come uno dei più manifesti ed eclatanti in assoluto) hanno creato le condizioni idonee a consentire alla stessa persona fisica del proprietario-monopolista di tali mezzi superconcentrati (laddove fosse interessato a non limitarsi ad un ruolo imprenditoriale ma a fare uno spregiudicato uso politico delle sue risorse massa-mediali) di proporsi e di affermarsi come guida “carismatica” di milioni di individualità, raccolte a suo sostegno, e a sua venerazione, tramite una sistematica e permeante azione di manipolazione e di controllo delle opinioni e degli stessi sentimenti: un’area sociale eterogenea, tenuta insieme soltanto da un’acritica fiducia, ben più che nelle eteree e cangianti proposte politiche formulate al segno di slogan accattivanti, nelle capacità personali attribuite generosamente al capo; una massa intessuta tanto dai bisogni elementari e dalle attese miracolistiche della gente semplice quanto dagli interessi meno confessabili di una miriade inclassificabile di “furbi” , corrotti e corruttori, quasi inevitabilmente destinata a rivelarsi maggioritaria tramite procedure di consultazione elettorale formalmente “democratiche”.

Questo, in breve, è il quadro, che Nicola Tranfaglia descrive nel suo libro per definire il più moderno dei populismi, il populismo che sottopone ad un’accurata disamina e di cui mette bene in evidenza il carattere di sofisticata mistificazione della democrazia: quello berlusconiano. Ad integrazione, non sarebbe azzardato riconoscervi i tratti di un inedito cesarismo mass-mediale sulla scorta di acute interpretazioni avanzate in varie occasioni, seppure da diversi punti di vista, sia da Eugenio Scalfari che da Giovanni Sartori.

Ma mi sembra più pertinente, per interpretare il fenomeno nel rapporto che esso instaura tra potere e consenso popolare, ricorrere al concetto gramsciano di “egemonia”di cui mi sono avvalso anche nei miei scritti per spiegare il consenso sociale di cui hanno fruito e continuano a fruire dei particolari fenomeni di potere come quelli che fanno capo alla mafia.

Si tratta, infatti, di un complesso blocco sociale (appunto il sistema egemonico di cui il leader carismatico, il capo, rappresenta tanto il celebrante che il celebrato in un rito esibitamente a-ideologico di massa ─ cadenzato da messaggi generici e da parole d’ordine emotivamente coinvolgenti quali “libertà”, “concretezza (il cosiddetto “fare”), “felicità”, “bellezza” (soprattutto fisica), “amore” ─ nel quale i manipolati, ovvero, per meglio dire, i dominati, non si avvertono affatto quali vittime del potere bensì, al contrario, addirittura quali protagonisti essi stessi di una sua provvida e generosa espansione dai livelli alti a quelli di base del sociale: una specie di kermesse ufficiosa dell’illegalismo idonea a garantire opportunità che normalmente sono del tutto negate da ordinamenti nei quali sugli interessi privati prevalgano con vigore normativo e politico quelli pubblici e collettivi: opportunità quali la facile sanabilità delle azioni illegali, la gratificazione dell’avventurismo, la tolleranza per la corruzione o il suo “giudizioso” occultamento, l’evasione fiscale, ecc.

Nell’insieme, gli aspetti formali della democrazia risultano pressoché garantiti dal fatto che le procedure elettorali (pur con tecnicismi appositamente studiati per assicurare il dominio della “maggioranza” sulle minoranze nel parlamento) non soltanto sono mantenute ma addirittura esaltate nel loro valore di procedimenti accertativi della “volontà popolare”, per quanto in gran parte si tratti di una “volontà” che, nella sua verità, altro non è se non un’adesione passiva, un’adesione sostanzialmente estorta dalla manipolazione dei cervelli, però paradossalmente avvertita dai soggetti che la esprimono come attiva, partecipe e partecipante, non imposta da chicchessia ovvero, a tutti gli effetti, spontanea e “democratica”.

Così il costante richiamo alla “sovranità popolare rafforza il complessivo sistema dell’egemonia che trae vantaggio persino dal fatto di lasciare in vita, ovvero di tollerare, le opposizioni, tramite il permanere di ogni facoltà di critica e di dissenso: “libertà” di stampa, di critica e di dissenso in ogni sede (dalle stesse televisioni alle piazze), purché, in ogni caso, “libertà” arginate, sopraffatte, svuotate e rese inoffensive dalla schiacciante capacità di convincimento manipolatorio dei sovrabbondanti mezzi mass-mediali del sistema egemone. Quel che conta ai fini del consenso di cui si alimenta tale sistema è la salvaguardia della sua “maggioranza” sotto il carisma del suo capo, con i mezzi e con le procedure sopra descritte.

In altri termini, per illustrare meglio il fenomeno, si potrebbe dire che il populismo mass-mediale di cui stiamo qui parlando è a suo modo una versione pervertente e pervertita della democrazia, ovvero un’egemonia nella quale quel che rende sostanzialmente autoritario il potere che vi si esercita è il fatto di operare una radicale scissura tra la prassi della democrazia e il liberalismo, cioè di spezzare il connubio che ha caratterizzato nella storia dell’Occidente, almeno dalle rivoluzioni inglesi del Seicento in poi, la costruzione di quella forma di governo e di organizzazione politico-sociale che in senso proprio e reale dovrebbe denominarsi “liberaldemocrazia” anche se è invalso l’uso di denominarla più semplicemente “democrazia”.

Per quanto inevitabilmente autoritaria (e totalitaria nella vocazione), si tratta, a suo modo, di una democrazia, ma di una democrazia, appunto, senza liberalismo, che, in quanto e perché illiberale, ovvero ostile ad ogni forma di controllo e di disciplinamento del potere a salvaguardia dei diritti delle minoranze e delle opposizioni, definisce un sistema nel quale la parte di “popolo” maggioritaria rivendica per sé (in concreto per il suo capo) un potere illimitato, al di là e al di sopra di ogni regola precostituita dall’ordinamento giuridico vigente. E’ questa, assai vistosamente, con il suo appello costante alla sovranità degli elettori, la sostanza della “democrazia autoritaria” costruita in Italia dal berlusconismo.

Democrazia e globalizzazione
Posta in questi termini, la questione si complica grandemente perché c’è da chiedersi se si tratta di un caduco fenomeno congiunturale o di un processo strutturale che, ben al di là della vicenda italiana di Berlusconi e del berlusconismo, sia da assumere tra i processi di cambiamento epocali che stanno investendo le forme dell’organizzazione politica e sociale sotto la spinta della “rivoluzione postindustriale” apertasi negli anni Ottanta del secolo scorso e che sta avanzando insieme alla globalizzazione del capitalismo.

Francamente, propendo per una valutazione del fenomeno in termini strutturali. Infatti, di per sé la liberaldemocrazia (quella che siamo abituati a chiamare tout court “democrazia”) è un prodotto storico della borghesia o, per essere ancora più precisi, delle “borghesie nazionali” che tra il XVII e il XIX secolo hanno elaborato il concetto di “Stato di diritto” e le forme dei governo su base parlamentare via via istituzionalizzate, in alternativa alle monarchie assolute, con le moderne Costituzioni: forme di governo che ─ all’inizio rappresentative del potere sociale esclusivo delle stesse borghesie ─ si sono progressivamente democratizzate, diventando un patrimonio istituzionale sempre meno classista sotto l’impulso assai contrastato e difficile di forze scaturite dalle basi popolari della società civile e in particolare, con gli sviluppi della rivoluzione industriale, dalle forze organizzate del mondo del lavoro.

Ma quel che sta vistosamente accadendo ai nostri giorni nel quadro della “rivoluzione postmoderna” ancora in corso è non soltanto la liquidazione del ruolo storico della classe operaia nella sua forma storica sviluppatasi all’interno dei processi della modernizzazione (ovvero dell’industrializzazione), ma anche del ruolo storico della classe borghese nella sua tradizionale esperienza storica di forza-pilota della liberaldemocrazia negli Stati nazionali.

Come ebbi a scrivere, forse un po’ profeticamente, in un libro edito da Angeli nell’anno 2000 sotto il titolo Eclissi del principe e crisi della storia, “risulta sempre meno convincente l’appello alla democrazia liberale in una realtà nella quale i partiti politici, anche in paesi come la Francia, la Germania e l’Italia, vanno perdendo la loro originaria funzione di soggetti collettivi ancorati a stabili aggregazioni sociali motivate ideologicamente, trasformandosi in improvvisati comitati (spesso avvertiti come superflui o dannosi dalla gente) per tutelare o promuovere interessi assolutamente pratici e contingenti o, come accade sempre più spesso, per fungere da sofisticate macchine propagandistiche e da emittenti di messaggi studiate per consentire l’accesso alla leadership del sistema a sempre più opportunistiche ed eterogenee cordate di ambiziosi. Non si vede come tutto questo possa mantenere un rapporto con l’antica passione liberaldemocratica per la ‘volontà generale’. Lo stesso meccanismo di formazione e di verifica del consenso affidato ormai, quasi in esclusiva, ai mass-media, se da una parte sembra realizzare il sogno della ‘democrazia diretta’ perché crea e dilata fino all’inverosimile il campo di una consultabilità immediata di tutti i cittadini, dall’altra riduce, rendendole insignificanti in termini di reale efficacia o soltanto passive, le possibilità della partecipazione individuale alla vita politica, perché per avere peso, e riuscire ad entrare in una qualche cordata per la leadership o tentare di influenzarla, occorre conquistare una visibilità che in genere è alla portata soltanto di chi abbia a disposizione rilevanti risorse finanziarie. Così, mentre per un verso una certa tradizione borghese avrebbe da compiacersi per il fatto che la politica sia tornata ad essere un’attività da ricchi, per un altro verso si trova a costatare drammaticamente che oggi non sempre i ricchi sono legittimi esponenti della borghesia e, soprattutto, a registrare che nessun autentico borghese è più consentita l’illusione di potersi battere con successo per un’autentica società liberale. Sotto la suggestione manipolatoria della consultabilità immediata dei cittadini, vanno perdendo importanza, credito e qualità culturale, insieme ai partiti, anche le fondamentali forme classiche inventate dalla borghesia per garantire la rappresentanza politica, ovvero i parlamenti e le assemblee elettive”.

Ripeto per ribadire: la crisi epocale che, al pari di quanto sta accadendo per la tradizione operaia, sta investendo la tradizione della borghesia (e che ne sta modificando in profondità la morfologia, mettendone in forse un distinguibile ruolo culturale e di “classe”) non può non produrre degli effetti devastanti sulle stesse forme storiche dell’organizzazione politica elaborate dalla borghesia e sulla principale di tali forme che è appunto la liberaldemocrazia.

Per quanto sia faticoso ammetterlo, occorre prendere atto del fatto che il populismo, come paradigma di governo di una vocazione tanto enfaticamente “democratica” quanto radicalmente illiberale al “sovrano” e incontrollato potere delle “maggioranze” (comunque costituite e mantenute), è pienamente funzionale alle società “postmoderne”, ovvero a società destrutturate e frantumate in individualità sganciate dai tradizionali riferimenti di ceto e di classe, società soprattutto di consumatori, pervase da conflittuali tensioni edonistiche, società di gente in gara per il “benessere” incapace di produrre ideologie o visioni del mondo alternative all’esistente, società di cittadini regrediti a sudditi inconsapevoli nelle quali ─ esauritesi grandemente o ridottesi a caduco movimentismo le tradizionali esperienze collettive di partecipazione alla lotta politica tramite i grandi partiti e le grandi organizzazioni di massa ─ il processo di formazione delle leadership dipende dall’attivismo e dall’efficienza delle emittenti che elaborano e lanciano i cosiddetti messaggi politici con maggiore o minore capacità di persuasione, esattamente come accade con le operazioni di marketing. Ne consegue una generalizzata tendenza a concepire le stesse libertà (continuativamente e con enfasi invocate) come “libertà dalle regole” (da qualsiasi regola o normativa) e non “nelle regole” : una deregulation che coincide con la pretesa, detta o non detta (più spesso occultata) di affermare il primato degli interessi del privato sul pubblico. E, in coerenza con un siffatto orientamento, si afferma e si enfatizza il diritto del potere elettoralmente legittimato ad esprimersi e ad esercitarsi al di là e al di sopra di ogni controllo (in specie di quello della Magistratura di cui si sancisce la subordinazione all’esecutivo intestatario della volontà popolare), fatta salva la vocazione pseudodemocratica ad una ricorrente verifica del consenso attuata anch’essa con metodi e strumenti tali da farne, piuttosto che una “verifica” vera e propria, una sistematica manipolazione. Sicché è la manipolazione stessa a produrre il “consenso” e si concretizza, e tende a perpetuarsi, l’egemonia del blocco di potere che di tale “consenso” si ritiene custode e depositario.

E’ fuori di discussione la totale incompatibilità con la liberaldemocrazia di una siffatta utilizzazione del “popolo” (tanto invocato ed adulato quanto in concreto ridotto a mero instrumentum regni ). Ma è anche certa l’incompatibilità di tutto questo, ovvero del populismo, con ogni possibile forma di democrazia, persino con quelle estranee ad ogni connubio con il liberalismo per le quali vige il criterio di far coincidere la democraticità del sistema con il potere conferito alla “maggioranza”. Infatti, una “maggioranza” costruita artificiosamente dalla manipolazione del consenso è inevitabilmente tutt’altro che autentica come “maggioranza” . Ne consegue che la stessa leadership della politica smarrisce la sua propria funzione di attività per la gestione degli interessi generali della società organizzata e tende a risolversi in un costante esercizio demagogico nel tentativo di assicurare alla sua membership (e, al suo vertice, al capo più o meno carismatico che ne definisce la rappresentazione unitaria ) il “legittimo” controllo di quella finzione di consenso maggioritario. Né è dato attribuire un reale valore democratico alle stesse operazioni – attuate mediante le consuete operazioni elettorali ─ per la selezione dei soggetti investiti, nel sistema, di cariche politiche: la selezione, orchestrata dal vertice egemonico-manipolatorio, è quasi sempre già scontata in partenza perché determinata dalle disponibilità finanziarie dei candidati o dalla “popolarità” della loro immagine costruita, e spesso enfatizzata, dai mass-media. Di qui un esito quasi inevitabile: il legalismo formale delle istituzioni tende ad essere funzionale non proprio a quella vocazione al “bene pubblico” che dovrebbe spettare ad un governo democratico, bensì a un sistema di rapporti sociali che legittima e remunera (anche in termini di accesso diretto al potere) i successi della spregiudicatezza nell’elusione o nell’uso strumentale delle leggi nonché di ogni individuale espressione di furberia e di rampantismo. Valutata in ordine alle sue conseguenze sociali, la “logica” del populismo si risolve in una prassi premiale dell’individualismo e dell’illegalismo, per quanto formalmente esercitata in nome dei diritti e delle libertà popolari.

Si formano così le egemonie, cioè i blocchi sociali, nei quali il potere politico (spesso ridotto a variabile subalterna dei poteri economici) tende a manifestarsi e ad esprimersi in una generalizzata gara delle cosiddette “libertà individuali” aspiranti ad essere libere anche dalle leggi, una gara la cui stessa possibilità di continuare a svilupparsi è rimessa al ruolo carismatico ( di per sé autoritario a prescindere da ogni demagogica, personale bonomìa) del soggetto riconosciuto come supremo mediatore e come capo. Francamente, mi sembra, in pieno accordo con Nicola Tranfaglia, che il berlusconismo, in Italia, abbia ben rappresentato e rappresenti tuttora una tra le più estese e radicate concretizzazioni di tali egemonie.

Educazione e futuro della democrazia
I processi in corso nel mondo non consentono di coltivare molte certezze, e meno che mai ottimismo, per le prospettive di autentica democrazia anche al di là dell’Italia.[1] Si potrebbe opportunamente rilevare, riprendendo il tracciato critico-argomentativo del grande libro di Karl Polianyi (“La grande trasformazione”), che il populismo è di per sé il frutto amaro della globalizzazione capitalistica, così come il fascismo era stato il frutto della crisi degli anni Trenta del secolo scorso. Questo vuol dire che dovremo rassegnarci per i decenni avvenire ─ ben al di là del provinciale caso italiano segnato dal berlusconismo ─ ad una lunga stagione di falsificazione populistica della democrazia? Non rassegnarci comporta comunque una preliminare ridefinizione del concetto stesso di democrazia in un’”età postmoderna”. Sarebbe pressoché impossibile, nel mutato contesto e nei suoi prevedibili sviluppi, continuare ad ancorare tale concetto alle vecchie forme borghesi della liberaldemocrazia. Diventa piuttosto fondamentale ancorarlo ad una rappresentazione egualitaria della cittadinanza coniugata con una valorizzazione reale delle libertà in un progetto di ricostituzione del senso comunitario tra gli individui tendente ad affermare istanze di governo dal basso e di autogoverno delle realtà sociali ormai sottratte ai vincoli delle chiuse nazionali con una contestale riduzione al minimo possibile delle capacità di manipolazione esercitate sulle masse da potentati economici e/o massmediali.

Conformemente ad un siffatto progetto, assume un rilievo decisivo la salvaguardia della libera e pluralistica espressione del pensiero (con una valorizzazione delle stesse risorse dialettiche del conflitto), insieme a ferme garanzie per l’indipendenza del potere giudiziario da quello politico, sì da assicurare che la crescente competizione tra individui, gruppi sociali e interessi di parte (siano essi maggioritari o minoritari) sia costantemente mantenuta in un sistema di regole condivise ed ineludibili, ovvero sempre nella legge, mai fuori o al di sopra della legge.

In breve, dar senso ad una “democrazia autentica” sarà sempre più l’equivalente di operare nella direzione di una democrazia non formale e non formalistica la cui veridicità e legittimità non potranno non essere disgiunte da una reale verifica della giustizia sociale superando i limiti del capitalismo. Ma come rendere possibile una prospettiva del genere, dopo il crollo definitivo delle speranze che nel secolo scorso si erano per decenni collegate alla rivoluzione d’ottobre, adesso in una realtà in cui il capitalismo globalizzato sta esercitando la sua indiscutibile egemonia?

In una situazione del genere non pare che esista altra strada possibile per i fautori di una democrazia autentica che quella di sfruttare il più possibile le stesse contraddizioni del capitalismo globalizzato (le distanze tra supersviluppo economico-tecnologico ed aggravate arretratezze, le enormi divaricazioni tra ricchezza e povertà, il contrasto evidente tra i propositi dichiarati di massima valorizzazione delle “libertà” e le nuove oppressioni, addirittura le nuove schiavitù, ecc.) per metterne in crisi e disarticolarne l’egemonia.

Un impegno del genere per svilupparsi ha bisogno della ricostituzione di civili avanguardie (necessariamente “avanguardie e di massa”) capaci di dotarsi di una strategia per il cambiamento e per una concreta ed espansiva ricostituzione delle risorse sociali della democrazia in alternativa alla deriva populistica che risulti adeguata, per metodi e strumenti, ai processi sociali della “grande trasformazione” in corso: processi reali ai quali non si potrebbe comunque contrapporre l’ipotesi, in sé e per sé reazionaria (oltre che radicalmente inattuale) del puro e semplice restauro di un passato ormai travolto e non riproducibile. Per questo ho detto e scritto (recentemente in “Globalmafia” edito da Bompiani) che “fare appello oggi a una democrazia autentica quale sintesi di libertà e giustizia sociale è un po’ come affidarsi al fascino di un dio ignoto, di cui c’è da sperare l’imprevedibile disvelamento passo dopo passo, nella contrapposizione tra l’attuale egemonia e la sua attuale, difficile contro egemonia”.

Quel che urge, e sembra possibile tenendo conto delle stesse tensioni che sempre più si vanno producendo nel mondo giovanile sotto la crescente insopportabilità dell’esistente, è rilanciare nella cultura e nella dinamica sociale la dialettica tra la realtà e l’utopia. In tempi nei quali si sono disgregate le ideologie essendo venute meno le soggettività sociali in grado di elaborarle e di alimentarsene per le strategie della politica; in tempi, appunto, nei quali la stessa politica sta sempre più diventando un “far politica” quasi autoreferenziale in crescente divaricazione dal sentire popolare (alla stregua di un trattare affari nei consigli di amministrazione o, peggio, di un deliberare, più o meno litigioso, su questioni condominiali) soltanto le energie delle ideazioni utopiche del futuro possono sviluppare movimenti di massa capaci, così come auspicavano i giovani del Sessantotto, di vincere la passività e la rassegnazione. Sono energie i cui contenuti di “sapere” vanno riferiti non proprio, ormai, a una qualche scienza della prassi preconfezionata o assunta come storicamente certa e certificante, bensì allo stesso impegno creativo dell’ideazione, al suo tenace “provare e riprovare”, alla sua sfida liberatoria dal mito della “verità”: in breve, ad un tenace sforzo per tenere in vita, alimentandolo più di dubbi che di certezze, quel che si chiama “pensiero critico”.

Certo, non è da nascondersi che si tratta di un impegno assai faticoso, al limite del proibitivo, per quanti ad ogni livello delle forme del pensare lo perseguano, dato che tutto, nelle società della globalizzazione capitalistica largamente permeate dai messaggi manipolatori dei poteri massmediali, sembra oggi congiurare contro il “pensiero critico”. Ma è questo l’impegno che compete al sistema dell’educazione, alla Scuola e agli educatori, sempre che continuino ad esistere con un’adeguata consapevolezza del loro ruolo civile. La loro capacità di essere pari a tale ruolo appare spesso compromessa, o subdolamente depotenziata e corrosa, dallo stesso “pensiero unico” che le potenti centrali manipolatorie tendono ad imporre annientando persino le attitudini al pensare criticamente. Tuttavia, dato che, come si è già rilevato, la globalizzazione capitalistica con tutti suoi strumenti suadenti e omologanti non è certamente un processo esente da gravi conflitti e contraddizioni (oltre a non essere affatto, come è da credere, un processo destinato all’eternità) proprio sviluppandosi da tali contraddizioni e operando su di esse si preserva ─ tramite il molecolare travaso della ricerca delle élite in crescenti avanguardie sociali di massa ─ la fertilità di una strategia educativa per le libertà reali e per l’autentica democrazia dalla quale dipenderà nel nuovo millennio la stessa sopravvivenza di quel che comunemente intendiamo come “civiltà”.

[1] E’ assai prudente sospendere il giudizio su quelle incredibili “primavere democratiche” che sembrano emergere dai Paesi islamici (Tunisia, Egitto, Siria, ecc.). E quale affidamento ci è consentito agli sviluppi della guerra civile esplosa in Libia; una guerra, dalle origini confuse e dalle motivazioni e prospettive per adesso ancor più confuse, che una fin troppo generosa e frettolosa rappresentazione degli attuali conflitti tribali in un contesto socio-politico da sempre assai distante da quelli secolarmente sviluppatisi in Europa sta tentando di collegare a processi di democratizzazione?

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