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5 dicembre 2010

MEDIOCRI, IL PAESE E' VOSTRO

di Daniela Minerva
Un anno fa il rettore della Luiss Pier Luigi Celli fece scalpore invitando i ragazzi a emigrare. Ora torna alla carica per attaccare il familismo e l'assenza di meritocrazia a 360 gradi: dalla politica all'università, fino al mondo del lavoro  (16 novembre 2010)
Figlio mio, lascia questo Paese: con questo incipit, esattamente un anno fa Pier Luigi Celli dava il via a una discussione durata settimane. Scriveva, da "Repubblica", una lettera al figlio in cui accusava l'Italia di non essere un Paese per giovani: malgoverno, assistenzialismo, nepotismi, cialtroneria e totale assenza di meritocrazia nell'università come nel mondo dell'impresa sono alcuni dei mali capitali che generano un gigantesco conflitto generazionale e l'esclusione, di fatto, dei giovani di talento dalle prime fila del mondo del lavoro. Questa l'accusa dell'attuale direttore generale della Luiss, l'università di Confindustria. Ma anche dell'uomo di potere, che è stato nelle stanze dei bottoni di Enel, Eni, Omnitel, Olivetti, e persino direttore generale della Rai: Celli le conosce e sa quali sono i meccanismi che regolano il mondo del lavoro. E la sua lettera ha generato un pandemonio: proprio tu, lo si accusò, che sei classe dirigente e pars magna del sistema sputi su quell'Italia che hai contribuito a creare. Fino a stimolare persino l'intervento del presidente Napolitano che invitò i giovani italiani a restare e far crescere il Paese.Ma Celli non si tira indietro, e oggi, con un libro, "Generazione tradita" (Mondadori, 17 euro), porta nuovi argomenti e fa proposte. Non per rispondere ai suoi critici, dice, ma per offrire soluzioni a quei ragazzi che, come ha documentato un'inchiesta de "L'espresso" sul numero scorso, vedono tutti i limiti del nostro Paese, e smaniano per andarsene negli Usa, in Germania, in Francia, in Australia e persino in Cina, dove, sognano, si costruisce il futuro del mondo, si dà onore al merito, si pensa che la gioventù sia un valore per le imprese e non un handicap.
Direbbe ancora a suo figlio di andarsene?
"Era uno sfogo, una provocazione che è servita a porre un problema così serio che ancora se ne parla, mentre prima era un tabù. Io direi a un giovane innanzitutto di scegliere l'università sulla base della sua vocazione. Di cercare sempre di lavorare in gruppo perché se non sai farlo non c'è impresa che ti valorizzerà. E gli direi di combattere".
segue  
 

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