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10 dicembre 2010

LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE TOSCANA ALLA CATENA DI MAIL CONTRO LE APERTURE DOMENICALI DEL COMMERCIO

Oggi ho ricevuto la risposta del Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, alla mail inviata in seguito all'iniziativa: UNA CATENA DI MAIL CONTRO LE APERTURE DOMENICALI DEL COMMERCIO.
La posto come aggiornamento invitando ancora chi non avesse già aderito all'iniziativa a farlo.
Grazie
Luciana P. Pellegreffi
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Ritengo giusta la vostra protesta: più volte ho preso posizione contro il proliferare di aperture nei giorni festivi. Proprio ieri ho inviato una lettera aperta a Monsignor Betori in cui mi associo alle sue considerazioni sulle aperture festive.  
La mia lettera si conclude con questo impegno: ‘cercheremo di inserire nella normativa attuale la tutela di alcune festività legate alla nostra identità civile e religiosa oltre che alle locali tradizioni, la tutela dei diritti dei lavoratori del settore e di una pausa festiva da dedicare alla cultura, ai rapporti umani e forse un po' anche al silenzio.’  

Credo di fare una cosa utile inviandovi in allegato la copia della lettera e vi ringrazio per avermi scritto perché sono convinto che la politica si faccia con la partecipazione  

Cordiali saluti 
Enrico Rossi
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Presidente Enrico Rossi
Giunta Regionale Toscana
Piazza Duomo, 10
50122 - Firenze
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Lettera Aperta del Presidente della Regione a Monsignor Betori
Firenze, 9 dicembre 2010

Monsignor Betori,
ho letto le sue considerazioni sulle aperture festive dei negozi e mi unisco volentieri alle sue considerazioni. Domani ricorre il 62° anniversario della firma della Dichiarazione universale dei diritti umani, che all’articolo 24 recita: “Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, ad una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e a ferie periodiche”. E' stato scritto nel 1948, con l'Europa distrutta dai bombardamenti e una economia di guerra da riconvertire. Eppure, anche così, si è pensato alla persona, alla sua dignità, ai suoi diritti, ad una idea di scansione della vita e del tempo che lasciasse spazio alle multiformi esigenze umane. In Toscana, da tempo, si è avviata una riflessione sul significato della festa e sull’apertura festiva dei negozi. E’ la punta di un iceberg più consistente, che ha a che vedere con lo stile di vita, con la qualità della vita sociale e con il futuro delle nostre città. Il tema in discussione è qualcosa di più di una semplice disputa circa la contrapposizione tra affari e religione o tra economia consumista e spirito civico.Leggo le sue parole e le metto in ordine. Ne faccio, come oggi si usa, due liste. Da una parte metto egoismo, mancanza di fiducia, anonimato, massificazione, omologazione, illusione. Dall’altra parte metto persona, dignità, rispetto, identità, festa, tempo, senso. 
Nessuna di queste parole, nessuno di questi concetti è attribuibile esclusivamente a una visione religiosa della vita. Piuttosto fanno riferimento a fenomeni che toccano più complessivamente e non da oggi la nostra società, a valori largamente condivisi, a disvalori la cui diffusione viene percepita da molti con crescente preoccupazione. E’ stato proprio un economista, e tra i più autorevoli e rigorosi, Amartya Sen, a mettere in discussione una concezione esclusivamente utilitaristica delle attività umane e a ricomprendere nella sfera dell’economia concetti tipici della sfera etica e politica: libertà, giustizia, eguaglianza, diritto. Così facendo ha riportato in evidenza il ruolo dell’individuo e della persona rispetto ai meccanismi di mercato. 
Secondo Sen è quindi necessario mediare tra un discorso puramente utilitarista e una dottrina fondata sui diritti. Ma si dirà che gli affari sono affari e che meno regole possono servire nella situazione di crisi attuale. Io credo invece che è illusorio pensare di poter supplire alla mancanza di risorse delle famiglie con una maggiore accessibilità all’acquisto. Il gioco, dicono autorevoli addetti al lavori, non vale la candela. D'altra parte in Germania e in Francia con il PIL che corre di più rispetto al nostro, le aperture sono più ridotte e sono rispettate le festività comandate. E poi non è tutto, perchè c'è una questione di significato. Un credente si sente ferito dal mancato rispetto di una festività religiosa, come il Natale e la Pasqua. Ma anche per un non credente quella festività può essere importante e avere un valore irrinunciabile. Così come per un cittadino, credente o non credente che sia, il 25 Aprile e il primo Maggio possono avere un valore analogo. Certo, so bene che ci sono servizi indispensabili che devono essere garantiti e sono consapevole che occorre tener conto di molti fattori e agire con ragionevolezza rispetto a scelte che toccano interessi legittimi.
La verità è che da sponde diverse si può guardare alla festa come a uno spazio e a un tempo irrinunciabili per la propria dignità, per i propri sentimenti, per le proprie relazioni. 
La vita fatta solo di consumismo, che surroga la soddisfazione di desideri più profondi e complessi, perde alla lunga di senso, si impoverisce. In questo caso il rispetto della tradizione è un fatto positivo, perché questa tradizione, nel suo significato originale, consegna e trasmette qualcosa di buono. Né temo di parlare di rispetto dell’identità, se la considero un fattore che unifica, non che divide o contrappone. 
Per questo in Regione, come ci hanno chiesto con le loro firme anche 50.000 lavoratori del settore, stiamo lavorando ad una revisione della legge del commercio. Non vogliamo fare imposizioni. Dobbiamo essere attenti a tutte le esigenze, a partire da quella di offrire un servizio ai turisti e alle famiglie impegnate in orari di lavoro prolungati. Ma questo non deve avvenire a scapito di importanti valori civici o religiosi. Per questo cercheremo di inserire nella normativa attuale la tutela di alcune festività legate alla nostra identità civile e religiosa oltre che alle locali tradizioni, la tutela dei diritti dei lavoratori del settore e di una pausa festiva da dedicare alla cultura, ai rapporti umani e forse un po' anche al silenzio.  

Enrico Rossi


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