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5 dicembre 2010

IL BUNGA BUNGA E LA GELMINI


"La capisco, la Gelmini - si legge ancora nell'intervento - persino quando dice di stupirsi quando vede studenti, professori e BARONI manifestare tutti dalla stessa parte; dichiarazione che fa il paio con quella di qualche ora fa, in cui accusava gli studenti di essere «strumentalizzati dai centri sociali e dai baroni», che, notoriamente, i baroni sono assidui frequentatori di centri sociali e botteghe oscure dove ci si spinella e si beve.

La capisco, la signora Ministro, e penso che il suo stupore nel vedere insieme, oggi, l’Italia di ieri con quella di domani, ahimè, sia autentico e che noi genitori manifestanti non abbiamo potere e, dunque, non è comprensibile che giovani donne e giovani uomini possano accompagnarsi a loro: non è così che si fa carriera, nell’Italia del 'BUNGA BUNGA'.
Nella terra di Bunga i meriti forse si maturano in altro modo, se poi ci si ritrova con la stessa Gelmini che da della cagna alla collega del turismo, Brambilla, o con la deputata Mussolini che apostrofa la compagna di partito e ministro delle Pari opportunità, Carfagna, con una sprezzante parolaccia napoletana: «vajassa». E, al di là delle facili ironie, comprendo anche perché Mariastella Gelmini accosti gli studenti a baroni e centri sociali: pura strategia mediatica.

I centri sociali sono da sempre additati dal governo, ma non solo, come covi di sovversivi e potenziali terroristi; i baroni universitari, nell’immaginario collettivo, sono l’emblema della conservazione e della perpetuazione del potere negli atenei per via familiare. Peccato che la cosiddetta riforma Gelmini non intacchi minimamente questo stato di cose.

Gli studenti lo sanno. I baroni anche loro protestano perché i tagli ai finanziamenti sono stati così corposi che non riescono manco a chiudere i bilanci di facoltà o di ateneo e la Gelmini, ovviamente, pure.
Fino a pochi mesi fa, delle modifiche normative che hanno stravolto la scuola italiana e l’università, sapevo quanto qualsiasi italiano mediamente informato (quasi nulla). Forse meno. Da un po' di tempo a questa parte li vedo protestare, sapete ho due figlie, partecipo alle loro manifestazioni, leggo i loro volantini, ascolto i loro slogan vedo le loro facce. Ma un conto è solidarizzare, altro è calarsi nei problemi di scuola e università, cioè calarsi nei problemi di chi manifesta e s’incazza e guardarli i problemi coi loro occhi privi di orizzonti, privati sicuramente del futuro.

Io non sono stato mai una cima in matematica e neanche nel resto, ma concedetemi di dare due numeri la riforma Gelmini taglia nove miliardi e mezzo di euro in tre anni, fra scuola, università e ricerca e nuove norme, incluse quelle in itinere, hanno avuto, hanno e avranno sul sistema italiano dell’istruzione. Una scuola destinata ad accrescere il divario Nord-Sud, una scuola che non fa i conti con le specificità dei territori (si pensi alla trasformazione degli istituti d’arte in licei artistici, con conseguente taglio dei laboratori), disastrosi accorpamenti, una scuola che non fa i conti con i bisogni degli alunni svantaggiati, una scuola che ignora il merito (si pensi ai tagli, del novanta per cento in due anni, delle bose di studio agli universitari).

La scuola pubblica, perchè è della scuola pubblica che stiamo parlando: per quella privata i fondi si trovano, un URRA’ per la Gelmini, sottraendoli dal cinque per mille delle tasse che i cittadini versano appositamente per le associazioni di volontariato. Al di là, secondo il sottoscritto, dell’illegittimità della sporca operazione tremontiana, l’altro obbiettivo è mettere fine all’egualitarismo (teoria morale che pone in risalto l'uguaglianza di tutti gli esseri umani)

Ho parlato con tanti studenti incontrati ai cortei, ai sit in, e tutti, nessuno escluso, mi hanno detto che faticano a immaginare il proprio futuro a immaginarlo in Molise e addirittura in Italia. «Emigrazione» è la parola che torna regolarmente, a ogni colloquio. È la conseguenza obbligata della riforma Gelmini. È ciò che lei non capisce o finge di non capire. Davvero è questo il futuro che il governo Berlusconi vuole per l’Italia? Un futuro in cui il sapere è di pochi, la precarietà di molti e i diritti compresi. Anche a manganellate, se occorre!

È a questo futuro che i giovani non intendono rassegnarsi ed è per tale motivo che noi cara Gelmini scendiamo in piazza accanto ai nostri figli perché, cara signora Ministro, ciò che lei non ha capito o non vuole capire si chiama famiglia: sono le famiglie italiane a scendere in piazza contro i tagli al futuro dei propi figli. Cose da pazzi. Altre riflessioni… Passi per il maestro unico, passi anche il grembiule, passi anche il voto in condotta: tutte riformuccie del “piffero” che sono servite a spostare l’attenzione verso una direzione diversa. Poi arriva il passo più importante, quello dell’integrazione dei ragazzi stranieri.
Ci pensa la Lega. Amici miei, per far integrare i ragazzi stranieri e far si che apprendano la lingua e la cultura italiana: li ghettizziamo, li separiamo e li mettiamo in una bella classe divisa.

Sapete che una cosa come quest’ idea, se così possiamo definirla, a lungo periodo genera violenza?
E meno male che si tratta di ammodernamento. Sono veramente esterefatto e non resta che sperare che le piazze continuino a gridare. Come vedete il deficit italiano lo sta pagando la CULTURA.

Ma cosa ancora più vergognosa è che i salari diminuiscono, per cui la gente non compra ed il paese retrocede. Intersecando le due problematiche aggiungo: se il paese non cresce, gli stipendi sono al minimo indispensabile, si comprende che le TASSE UNIVERSITARIE andranno alle stelle, chi potrà permettersi di studiare? I ricchi naturalmente.

E allora… OLIGARCHIE E CASTE, ancora una volta, dopo il Lodo Alfano, sono le uniche a godere di queste “moderne” riforme. Prima era la Moratti, oggi è la Gelmini, il fatto è che , ogni volta
che questo Governo prende le redini del paese, sono sempre le classi deboli a pagare.

Non è un caso, per cui bisogna CONTINUARE a mobilitarsi e fare qualcosa affinchè non sia solo fumo il nostro volere".

Antonio Fasciano

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