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29 novembre 2010

La nostra pazienza è finita. Democratici, rimboccatevi le maniche e andate a lavorare


di Gianfranco Pasquino
È in atto una seria crisi del governo Berlusconi che ha due implicazioni di straordinaria importanza. Primo, potrebbe essere il prodromo dell’esaurimento della spinta più che decennale del berlusconismo che, peraltro, in quanto “incultura politica” è destinato a rimanere strisciante in Italia ancora per non pochi anni. Secondo, quasi sicuramente, è l’inizio della fine del grande partito cesaristico creato da Berlusconi nel 1994. Potrebbe addirittura, gradualmente e non senza difficoltà, preludere alla comparsa, per la prima volta in Italia, di un partito di destra moderno, laico, aperto, europeo, probabilmente democratico.
Mentre Berlusconi passa da depressione a euforia, da minacce a blandizie, dalle feste alla sobrietà, e cerca di individuare i punti deboli della Costituzione per manipolarli, ad esempio, il bicameralismo imperfetto e balordo, il Partito Democratico sta a guardare. Mentre Fini conduce una difficile battaglia, il Pd non riesce a pensare a nulla di meglio che a indebolirlo offrendogli un governo di liberazione nazionale che farebbe sicuramente perdere voti possibili a Futuro e Libertà e che rivitalizzerebbe il non tanto entusiasta elettorato del Popolo della Libertà. A Berlusconi e ai suoi corifei non parrebbe vero di farsi ancora una volta “demonizzare” e di potersi ergere a difensori del potere del popolo sovrano. Il semplice proliferare di formulette governative che farebbe orrore persino ai politici della cosiddetta Prima Repubblica: transizione, tecnico, responsabilità nazionale, un nuovo Cln e così via cementa intorno al Popolo della Libertà quel consenso che, altrimenti, a fronte di una proposta argomentata e credibile, gli sfuggirebbe. Una bella dimostrazione di intelligenza sarebbe rappresentata dalla proposta congiunta di una nuova legge elettorale ispirata ad un principio fondamentale: più potere agli elettori nella scelta dei parlamentari. Invece, sulla legge elettorale regna il balbettio interessato di parlamentari che non vogliono mettere a repentaglio il loro sudato seggio.

Nel frattempo, dentro il Pd si agitano le correnti (non riesco neppure più a chiamarle sensibilità), importante strumento non di elaborazione di idee e proposte, ma di accesso alla distribuzione delle candidature e alla selezione dei seggi sicuri. I Settantacinque di Veltroni vogliono essere tutelati tanto quanto D’Alema tutela i parlamentari che si è scelto uno per uno. Il problema del Pd, oltre alla sua pallida identità, è quello della sua collocazione. Partiti di dimensioni medio-piccole occupano alcuni spazi politici: un po’ alla sinistra del Pd, ovvero Sinistra e Libertà, Italia dei Valori, i movimentati Grillini, l’inutile reperto archeologico che si definisce Federazione della Sinistra, un po’ verso il centro, Alleanza per l’Italia, il cui scivolamento non è ancora terminato, l’Udc, pronto a cambiare nome, ma ancora incerto sulle alleanze, mentre il Pd sta a guardare. L’iniziativa politica non abita nelle stanze di un partito che pure sostiene che l’alternativa a Berlusconi è lui. Essere un’alternativa è un conto, ma l’alternativa bisogna farla, saperla delineare, riuscire a guidarla. Non basta aspettarla che cada come una pera matura. Infatti, gli elettori più o meno potenzialmente “democratici”, sono in corso di lento, triste deflusso.

Dal canto suo, anche il Popolo della Libertà perde consensi che se ne vanno un po’ dappertutto, ma soprattutto a ingrossare le fila del più stretto compagno d’armi del Presidente Berlusconi, ovvero Umberto Bossi. Ma gli elettori leghisti non erano, nella memorabile espressione dalemiana, oramai nel pantheon degli errori politici più flagranti, una costola della sinistra? Ma quale offerta fare a quegli elettori se il federalismo del Pd, oltre che “codista” e opportunista, appare sostanzialmente privo di un pensiero politico che serva davvero a riorganizzare lo Stato italiano? Alla fine, in mancanza di meglio, tra il 20 e il 25 per cento degli italiani andrà pure a votare Partito Democratico.

Tuttavia, non basterà rispolverare la vocazione maggioritaria, rimettere Veltroni, D’Alema e Fassino nelle poltrone di comando, esibirsi in offerte di coalizioni alle quali il Pd non sa dare contenuto e prospettive che non siano la pur nobile ed eroica liberazione dal tiranno invecchiato. Il vecchio e venerabile lessico politico consentirebbe di affermare che è finita la spinta propulsiva, ma gli scettici sottolineerebbero che di propulsivo non si è mai visto nulla e che un Partito che affida la sua identità alla parola “democratico”, di pronto uso per tutte le stagioni, non acquisirà mai nessuna spinta. Se gli elettori hanno perso la pazienza, il Pd rischia, con le sue maniche rimboccate, di perdere nuovamente le elezioni.

Gianfranco Pasquino, laureato con Norberto Bobbio e specializzato con Giovanni Sartori, è professore di Scienza Politica nell'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins. Nel 2009 ha pubblicato "Le istituzioni di Arlecchino" (www.scriptaweb.it); nel 2010 "Le parole della politica" (Il Mulino). È socio dell'Accademia dei Lincei. Già senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992, poi senatore dei Progressisti dal 1994 al 1996, nel 2009 si è candidato a sindaco del capoluogo emiliano con la lista 'Cittadini per Bologna'. È presidente del Comitato promotore nazionale per le Primarie (http://www.perleprimarie.org/).


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